Con Cecilia Leoneschi alla scoperta di Castiglion del Bosco e Tenuta Prima Pietra

L’enologa delle due aziende di proprietà di Massimo Ferragamo ci racconta il suo lavoro, in equilibrio fra memoria storica e futuro, fra territorialità e dimensione internazionale.

Prima di tutto, ci vuole raccontare un po’ di sé e di come si è avvicinata al mondo del vino?

Come dico spesso, il mio non è stato un incontro con il mondo del vino perché, in qualche modo, ci sono cresciuta dentro. Mio padre si è sempre occupato della parte viticola ed era socio di un produttore della nostra zona, quella di Morellino di Scansano. Non abbiamo mai lavorato insieme ma mi ha trasmesso indirettamente la passione, perché l’ambiente in cui vivevamo era quello: gli assaggi, gli incontri con produttori, le vigne. Ho assorbito tutto in maniera naturale, senza quasi accorgermene. Quando ho iniziato a studiare e poi a fare pratica mi sono resa conto che alcuni aspetti di questo lavoro li conoscevo già perché li avevo visti da sempre e interiorizzati. Insomma, non è stata tanto una scelta quanto un punto d’arrivo naturale, direi che più che altro sono stata brava ad assecondare le mie inclinazioni.

Lei è enologa delle due tenute fin dall’inizio, come è nato l’incontro con Massimo Ferragamo?

Uno suoi dei collaboratori – che già conoscevo – mi contattò perché stavano cercando un enologo interno per Castiglion del Bosco. Ovviamente l’idea di lavorare a Montalcino – io all’epoca ero impegnata a Montepulciano – su un progetto nuovo, per giunta, mi ha subito stimolata. È stato abbastanza particolare quello che è accaduto il giorno dell’incontro. Arrivata lì, ho pensato di aver sbagliato posto. I tornanti, la strada bianca, il bosco tutto intorno: non capivo dove potessero essere i vigneti. Poi a un certo punto, sempre convinta di dover tornare indietro, ho scorto in mezzo al bosco questa bellissima lingua di vigneti. Sono rimasta incantata. Credo di aver fatto la mia scelta in quel momento.

Sembra che sia stato il luogo a scegliere lei e non viceversa.

È stata sicuramente una decisione d’istinto. Non dico che tutto il resto è passato in secondo piano perché, naturalmente, c’era il progetto, una proprietà importante alle spalle, il carattere squisito di Massimo, ma lui lo sa: la bellezza del posto ha fatto per me la differenza

A proposito di Castiglion del Bosco: la sua fondazione risale al 1100 ed è un luogo che si è conservato, di fatto, intatto nel tempo. Dunque, davvero, parliamo di un patrimonio storico, culturale e ambientale prezioso. Come ci si rapporta con una storia così importante? E come si coniuga il desiderio di fare qualcosa di nuovo (con un’identità propria), con un’eredità così impegnativa?

È necessario prima di tutto un grande senso di responsabilità: qualunque cosa – per quanto meravigliosa – si voglia fare qui, va fatta seguendo una linea che arriva dal passato. Vanno lette in questo senso tutte le nuove strutture ricettive costruite (il resort, il golf club), che sono perfettamente integrate con il contesto. Ogni singolo gesto, qui, è sempre condotto con l’idea di preservare tutta questa bellezza e questa cultura. Per quanto riguarda il mio lavoro, prima di tutto sono stata guidata dall’umiltà: ho fatto un passo indietro e ho passato tanto tempo a osservare quello che avevo attorno. Sono una persona molto energica, qui ho imparato a frenarmi, perché ho letteralmente passato anni a comprendere i vigneti. Castiglion del Bosco viene da una storia lunghissima e molto frammentata, con tanti cambi di proprietà ravvicinati nel tempo, che portavano ogni volta stravolgimenti nella gestione. Anche i vini che ho trovato in cantina non avevano una vera identità, perché non raccontavano il luogo ma questi continui cambi di rotta. La vera fortuna è stata poter lavorare con persone che sono nate nei poderi delle tenuta e che sono davvero la nostra memoria storica. Ecco, ho sentito fin da subito che qui bisognava prima imparare tanto e solo dopo iniziare a fare. E su questo Massimo mi ha dato sempre pieno appoggio, anzi direi che c’è proprio una sintonia nel sentire.

Castiglion del Bosco propone tre differenti interpretazioni del Brunello. Se dovesse indicarci un tratto comune che lega, quale sarebbe?

C’è una fortissima linea comune che è quella dell’identità del vigneto. A partire dal Brunello classico – che abbraccia i numeri più grandi – fino alla selezione del Campo del Drago, c’è stata una scelta, ragionata ma anche appassionata, di forte legame con il vigneto. Questo perché, l’azienda è abbastanza grande – 60 ettari sono tanti a Montalcino, soprattutto se il 90% è iscritto a Brunello – e allora, a mio avviso, se vuoi far capire chi sei devi spostare la tua attenzione dall’azienda nel suo insieme e concentrarla sulle vigne. Lo sforzo che ho cercato di fare è stato quello di parcellizzare al massimo e vivere l’azienda come una somma di piccoli vigneti, ognuno con le sue caratteristiche e dunque con le sue operazioni colturali specifiche e diverse dalle altre. Oggi, se il Gauggiole, così sottile e fragrante, ha una certa risonanza con il 1100, che invece è pieno e ricco, è perché c’è un filo conduttore che risiede nella forte identità. Pur nella loro diversità, questi vini parlano la lingua del loro territorio, che è rimasto integro nel tempo grazie anche al suo isolamento. Ecco, in un certo senso, ho fatto diventare l’isolamento la cifra di questi vini.

C’è poi Zodiaco, un’edizione limitata del Brunello. Ce lo vuole raccontare?

A differenza di tutti gli altri che, come dicevo, sono molto identitari, nel caso di Zodiaco abbiamo seguito il percorso inverso: prima è nata l’idea e poi il vino. Massimo voleva rendere omaggio al cielo stellato – che qui, come può immaginare, in certe sere si vede magnificamente – e così è nata l’idea di usare il filo conduttore dello zodiaco e dell’oroscopo cinese. È una riserva, quindi mantiene un carattere di eccellenza, ma è un vino slegato dai singoli vigneti e dall’annata, perché dovendo seguire lo zodiaco non possiamo non produrlo e, per questo, nasce ogni anno da un vigneto diverso, che viene scelto sulla base della caratteristiche che cerchiamo. È sorta di un esercizio creativo che può nascere solo dalla conoscenza approfondita, che oggi abbiamo, dei singoli vigneti e di quello che possono dare.

Entrambe le tenute operano in biologico, sicuramente nel vostro caso è una scelta favorita dal fatto che tutte e due sono due ecosistemi protetti, isolati. Dal punto di vista delle pratiche in vigna cosa comporta?

Ho iniziato a seguire i vigneti Castiglion del Bosco solo dopo qualche anno, nel 2009, e ho chiesto alla proprietà di passare al biologico perché mi è sembrata la scelta più giusta per un posto così preservato. Ma non ho un approccio ideologico all’argomento perché oggi dire che un vino è biologico è dire troppe cose. È una definizione che abbraccia prodotti diversissimi e anche impostazioni di lavoro iper-diversificate, che dipendono da una serie di fattori – il territorio, la vigna, la mano del produttore – e se non si tiene conto di tutto questo rimane solo un’etichetta che di un vino e che del lavoro che c’è dietro dice molto poco. Operare in biologico è solo un pezzo del percorso, c’è poi tutto il resto che conta altrettanto: la scelta delle persone che lavorano con te, la decisione di lavorare meno i vigneti, di non prepotare, di produrre o meno il proprio compost. Allora per me, definizioni a parte, è tutto questo insieme a raccontare la qualità del lavoro che viene fatto.

Quindi più uno strumento di lavoro che “una visione”.

Sì. Le aziende agricole hanno per me una grandissima responsabilità. Abbiamo fatto molti danni in passato e possiamo farne ancora. Abbiamo il dovere di essere rispettosi verso il prodotto non solo perché, se fatto in un certo modo, è più buono ma anche perché è meglio per l’ambiente, perché in questo modo lo proteggiamo. È chiaro che la chimica non può funzionare. E se ami il tuo lavoro e il luogo in cui lo fai, naturalmente la scelta è quella, senza bisogno di scrivere biologico o biodinamico sulla bottiglia.

Tenuta Prima Pietra, invece, è già “nata” in biologico.

Sì, fin dall’inizio. Le dimensioni più contenute mi hanno consentito di sperimentare e studiare molto. L’esperienza maturata l’ho poi riportata su scala più ampia a Castiglion del Bosco.

A Prima Pietra, rispetto a Castiglion del Bosco siamo al polo opposto: da una parte una storia ultrastratificata, dall’altra una tenuta giovane fondata ex-novo. Come è nata?

Massimo ha scelto Riparbella prima ancora dell’acquisto di Castiglion del Bosco. In una maniera tutto sommato casuale. Nel 2002 stava cercando una piccola azienda dove fare un ottimo vino dalle parti di Bolgheri; la zona, però, all’epoca era già abbastanza satura, soprattutto nella parte collinare, la più adatta al vino d’eccellenza che lui aveva in mente. E così, mentre cercava alternative sempre in collina, si è imbattuto in questo posto bellissimo, dove non c’era davvero nulla ma per posizione ed esposizione era evidente che ci fosse del potenziale.

Avete scelto un’impostazione “internazionale”, è stata una scelta fatta da subito, dunque.

Per quanto sia nata e cresciuta in Maremma e sia molto fedele al territorio, non ho mai pensato di impiantare il Sangiovese a Riparbella, perché il Sangiovese d’espressione che ho in mente io sta un po’ lontano dal mare, è più arretrato. L’idea era quella di lavorare con vitigni internazionali ma che rispetto a Bolgheri si potessero differenziare parecchio, soprattutto grazie al microclima. Una strada già intrapresa da Luca D’Attoma ma che noi piantando così in alto abbiamo estremizzato un po’. Per darle un’idea, siamo vicinissimi a Bolgheri ma iniziamo a vendemmiare circa tre settimane dopo. Gli internazionali sono stati una scelta giusta ma ci siamo molto allontanati dall’idea di fare un vino alla maniera di Bolgheri, perché in quel contesto microclimatico non avrebbe avuto senso. È stata anche una sfida, possibile anche perché a Prima Pietra c’è sicuramente più libertà. Mentre a Castiglion del Bosco ci si muove in punta di piedi per tutti i motivi che dicevamo prima, a Prima Pietra si può seguire maggiormente la propria inclinazione.

Come li descriverebbe questi vini, allora?

L’ambizione è di pensare che ormai, dopo anni di lavoro, rimandino più a un’idea di fragranza e vibrazione di certi vini di Bordeaux che non alla pienezza e al calore che sento nei vini di Bolgheri. Iniziano ad avere un loro carattere che li differenzia dai “vicini” di casa. Oggi mi piace pensarli come due bambini irrequieti, perché, sicuramente c’è un potenziale ancora in parte inespresso. Sono dei vini molto nervosi che con l’affinamento si sedano un po’, ma hanno ancora qualcosa da tirare fuori. Sono proprio dei bambini che devono finire di crescere.

Permassimo è una dedica a Massimo Ferragamo, come è nato?

È nato quasi come un gioco. Io sono fissata, da sempre, con la qualità dei nostri Cabernet. Ogni anno preparavo questi campioni da far assaggiare a Massimo etichettandoli come “per Massimo”. E lui assaggiava ma non era mai troppo convinto e un po’ mi prendeva in giro per la mia predilezione. A un certo punto, un anno, ho preparato tre campioni alla cieca di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Quello che lo ha convinto di più è stato il Cabernet Sauvignon: Permassimo è nato da quell’assaggio. È un blend con una prevalenza di Cabernet Sauvignon e in parti minori Cabernet Franc e Merlot, per ora quanto meno, poi le cose potrebbero cambiare. In parte è ancora un gioco perché è un vino che deve maturare ma è un gioco fatto seriamente perché ormai della qualità dei nostri Cabernet siamo tutti ugualmente convinti.

Anche Tenuta Prima Pietra è un posto un po’ speciale paesaggisticamente

Massimo è un patito del vigneto vista mare e credo che abbia scelto Riparbella proprio per questo. È un contesto molto più raccolto e intimo rispetto alla maestosità di Castiglion del Bosco ma lo stesso con un fascino non comune. Diciamo che sono un’enologa molto fortunata a lavorare circondata da tanta bellezza.

Redazione 15.12.2020

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