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The winefully Magazine

Tua Rita: artigianalità e territorio

Ciò che conta è saper fare vini che hanno una territorialità. Di vini buoni ce n’è tanti, ma è la loro capacità di raccontare il territorio a dare quel qualcosa in più”Stefano Frascolla

Dai primi anni Ottanta – quando era solo un piccolo podere di famiglia – per arrivare a oggi, con lo specialissimo Redigaffi 7, Stefano Frascolla ci accompagna all’interno del mondo di Tua Rita, in un racconto che parla di un’azienda orgogliosamente artigianale e del percorso evolutivo che il vino della costa toscana ha compiuto negli ultimi quaranta anni.

Sicuramente la vostra è una storia abbastanza particolare. Negli anni Ottanta quello che, in origine, era nato semplicemente come il buen retiro di campagna dei suoi suoceri Rita e Virgilio Bisti, si è poi trasformato in Tua Rita. Ci vuole raccontare come è avvenuta questa trasformazione?

Il podere è stato acquistato da Rita e Virgilio nel 1984, cinque ettari per la gran parte a ulivi e un solo mezzo ettaro di vigna. Abbiamo iniziato a vinificare puramente per piacere ed era una pratica che coinvolgeva un po’ tutti: i miei suoceri, i parenti, gli amici e anche me e mia moglie Simena, che all’epoca eravamo dei ragazzi.

Dopo la grande gelata del 1985, che distrusse completamente l’uliveto, decidemmo di reimpiantare solo una parte di ulivi e di ampliare, invece, la parte vitata. Un ettaro venne destinato al Merlot – un omaggio all’Apparita del Castello di Ama, che era un vino che amavamo molto – e un ettaro al Cabernet Sauvignon.

Poi c’è stato l’incontro con Luca D’Attoma.  All’epoca, Luca non era ancora enologo ma tecnico di cantina e noi non eravamo ancora veri e propri produttori di vino ma avevamo tutti molta voglia di fare: noi siamo stati i suoi primi clienti. Iniziammo a imbottigliare nel 1992, ottenendo subito risultati molto buoni, come i Tre Bicchieri che arrivarono l’anno dopo con il Giusto di Notri.

Sono stati i Tre bicchieri il momento della svolta?

Direi il Vinitaly del 1995, per via di quella degustazione che venne ribattezzata “Galli contro Etruschi”. Si trattava di sette aziende della nostra costa a confronto con sette grandi nomi di Bordeaux, alla presenza di quelli che all’epoca erano i guru della critica enologica, da Jancis Robinson a Daniele Cernilli. Le prime due aziende furono toscane: Tua Rita con il Giusto di Notri e Le Macchiole con il loro Paleo. È stato un passaggio davvero importante per tutti i produttori della zona, perché lì si è iniziato a capire che anche la costa toscana aveva qualcosa da dire e che iniziava ad avere un suo stile preciso.

A quel punto, dopo i primi riconoscimenti importanti, ci siamo sentiti pronti per un cambiamento radicale e per entrare veramente sul mercato, abbiamo piantiamo nuovi vigneti e rifatto per la prima volta la cantina.

Poi, si è trattato di una crescita graduale e costante. Oggi Tua Rita è un’azienda di 51 ettari di vigneto e 15 in affitto, con una produzione attorno alle 350.000 bottiglie all’anno. E poi è arrivata anche l’esperienza in Maremma con la Tenuta Poggio Argentiera.

Sia lei che sua moglie siete stati sempre coinvolti nella vita del podere, dunque. Sapevate fin da giovani che vi sareste occupati di vino oppure è qualcosa che è arrivato da sé con il tempo?

In realtà all’inizio eravamo spesso lì anche per via del fatto che Virgilio e Rita ci chiedevano sempre aiuto per qualcosa, che fosse una mano per imbottigliare o per etichettare; le confesso che a volte era quasi una seccatura, eravamo molto giovani – ventenni – e avevamo altro per la testa! La passione, però, c’è sempre stata, anche se nei miei piani di ragazzo non c’era l’idea di occuparmi professionalmente di vino. Ho lasciato il mio lavoro nel 1996 per dedicarmi completamente a Tua Rita, mia moglie ha lasciato il suo di avvocato solo nel 2013.

I vostri inizi coincidono con il grande fermento all’interno del mondo del vino, che ha caratterizzato gli anni Novanta in Italia. Pensando a quegli anni, molto spesso siete stati considerati un’avanguardia per la zona di Suvereto e della Val Cornia. Si riconosce in questa definizione?

Rispetto alla zona siamo stati – direi – degli innovatori, perché siamo stati i primi a tentare una strada diversa, discostandoci dalla tradizione del Sangiovese, del Canaiolo, dei vitigni autoctoni insomma, per guardare a quelli internazionali. E siamo stati anche i primi a lavorare molto con mercati che all’epoca erano poco frequentati. Da subito, abbiamo scelto di distribuire molto nel mondo e, ancora oggi, la gran parte dei nostri vini va all’estero (in 75 paesi), mentre la quota di mercato italiana si aggira intorno all’8%. Devo dire che i nostri vini sono stati amati da subito all’estero, pensi che Winart, il più importante wine magazine del Giappone dedicò una copertina al Redigaffi nel 1999, quando in Italia era quasi sconosciuto.

Come se lo spiega questo feeling particolare con l’estero?

Bisogna dire che il mercato italiano è molto diverso, comprensibilmente è un mercato molto volubile, perché c’è una enorme ricchezza di varietà autoctone e non sul territorio, con una qualità anche molto alta, dunque è normale che i consumatori vogliano spaziare e che questo porti a una frammentazione del gusto, chiamiamola così.

Per quanto riguarda l’estero, sicuramente è stato decisivo aver coltivato con costanza il rapporto con questi mercati in un momento in cui c’era molta voglia di sperimentare cose nuove; questo peraltro ci ha consentito di essere in una buona posizione anche nel periodo successivo alla crisi 2008, in seguito alla quale le carte internazionali dei vini si sono, per forza di cose, contratte. E confido che sarà per noi un fattore importante anche per affrontare il prossimo periodo, che sarà molto complesso.

Prima lei accennava allo stile della costa toscana, come lo definirebbe?

Partiamo da una constatazione paradossale, la costa toscana è quella in cui il Sangiovese viene peggio: è calda, ventosa, le vendemmie sono anticipate. Fino agli anni Sessanta, la zona era conosciuta, principalmente, per lo Scalabrone, il Bolgheri rosato di Antinori, e i vini bianchi di costa che sinceramente non erano di grande qualità. Mentre, il Sassicaia rappresenta una storia a sé.

In realtà, quindi, la tradizione della costa toscana non esiste, così come non esiste ancora una chiara consapevolezza di tutte le sue potenzialità. Facendo il nostro esempio, noi in questi anni stiamo sperimentando molto con il Syrah, perché ci siamo resi conto che, a differenza di Cabernet, Cabernet Franc e Merlot che sono molto più costanti, il Syrah è profondamente influenzato non solo dal clima (come tutti i vitigni) ma anche in misura estrema dal terreno. Questo fa sì che si possano avere espressioni molto diverse anche su appezzamenti molto vicini.

Ora, dopo più di quarant’anni anni di lavoro, possiamo dire che la costa toscana – da Grosseto a Pisa –  inizia ad avere un suo stile, ovviamente non paragonabile a quello di Bordeaux, ma inizia a esserci. Volendo dare una definizione, parlerei di tagli bordolesi solari.

In questa evoluzione penso sia stato determinante l’arrivo qui, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta e per tutto il decennio successivo, di tanti imprenditori che, come noi, non venivano da famiglie del vino ma avevano una freschezza e una energia che sono state da stimolo a tutti, anche a chi in Toscana ha sempre fatto questo lavoro. Il risultato è stato un miglioramento complessivo di tutto il vino toscano, dalla fascia base fino a quella più alta.

All’interno di questa cifra identitaria, dove si colloca Tua Rita?

Direi che tutto si basa, per noi, su un rapporto rispettoso con ciò che rappresenta la nostra sola ricchezza, quell’insieme unico di clima, territorio e varietà nel quale siamo immersi e lavoriamo. E poi, sulle persone, perché senza le persone le aziende non sono nulla. Qui siamo circa in trenta a lavorare e tutti hanno una conoscenza profonda del territorio e delle vigne. Significativamente, a proposito di persone, oggi il nostro enologo consulente è tornato a essere Luca D’Attoma. Abbiamo lavorato con lui fino 1998 e successivamente, a lungo e molto bene, con Stefano Chioccioli e poi, in un certo senso, siamo tornati all’origine. Mi piace ricordare qui, anche Marco Lamastra, l’enologo aziendale e il suo braccio destro, Giulia Harri.

Lo stile dei nostri vini non è cambiato molto, in fondo. Alla fine, in questo lavoro non si inventa nulla, si tratta sempre di una somma di piccoli passaggi, che nascono dall’evoluzione tecnica e dalla crescita di tutti noi. Il fattore tempo, poi, gioca ruolo determinante: un’età diversa delle vigne ma anche una nostra età diversa, siamo persone differenti da quando abbiamo iniziato e l’evoluzione del nostro gusto rispecchia il percorso che abbiamo fatto in questi anni.

Continuando a parlare di persone, posso chiederle quale è stato l’insegnamento che il signor Virgilio – scomparso nel 2010 – vi ha lasciato?

Virgilio si è sempre occupato della parte agronomica, era la sua vera passione e il suo vero talento. Quindi, indubbiamente, il rispetto per il territorio e l’importanza di pratiche agronomiche molto curate e attente. Al di là di questo, è stato un vero maestro per tutti noi e per tutti quelli che sono passati da Tua Rita negli anni. Aveva e ci ha trasmesso un amore maniacale per il particolare e una grande capacità di vedere i dettagli.

Dopo tanti anni di lavoro,  secondo lei, qual è la qualità indispensabile che deve avere chi fa vino?

Saper fare vini che hanno una territorialità, perché di vini buoni ce n’è tanti, ma è la loro capacità di raccontare il territorio a dare quel qualcosa in più. Penso anche che le aziende debbano sapere guardare al mercato, non per inseguirlo ma per riuscire a comprenderlo. Questo per noi, negli ultimi anni, ha voluto dire investire molto sulla qualità dei nostri vini base. Diciamo che per i grandi vini sono quasi obbligatorie certe cose: una qualità altissima, la capacità emozionare, la territorialità e molto spesso anche la forza del brand, ma non è con questi vini che costruisci la tua comunità di consumatori. Sono i vini base a essere il biglietto da visita, soprattutto per il futuro, perché i giovani che si accostano al vino adesso lo fanno partendo da vini più semplici, più avvicinabili anche economicamente, quindi se vogliamo che queste persone si innamorino di noi dobbiamo fare vini base buonissimi e territoriali, capaci di parlare loro.

Poco fa ci raccontava dei vostri esperimenti con il Syrah, è una scelta legata anche ai cambiamenti climatici, al riscaldamento globale? Come state gestendo questo fattore ormai imprescindibile?

La cosa che più noto è l’intensità dei fenomeni e il loro carattere improvviso. A parte questo, la nostra è una zona molto calda e, storicamente, abbiamo già avuto estati calde, in un certo senso siamo preparati. Anche se si tratta di fenomeni sempre più intensi, come dicevo prima. Quello stiamo facendo è cambiare alcune pratiche colturali per reagire meglio a questa intensità e cercare nuove zone in cui impiantare nuovi vigneti, come il Syrah. Credo che siamo noi a doverci adeguare, dobbiamo essere capaci di assecondare il clima e la natura.

Redigaffi è un vino icona per molti aspetti. Ci può spiegare la genesi del progetto di Redigaffi 7?

Il vigneto del Redigaffi è diviso in quattro blocchi: quelli che noi chiamiamo primo e secondo quadro, vigne Montepeloso – impiantati fra il 1996 e il 2000 – e il vigneto vecchio. In annate particolari come il 2013 e il 2018 – annate di grande eleganza complessivamente – le 2500 viti della vigna vecchia danno un vino molto diverso dal resto, con meno struttura iniziale, molto più fine e di grande persistenza. È un vino che quasi non sembra Merlot. Non succede tutti gli anni e il Redigaffi 7 nasce solo quando questo accade. Lo abbiamo prodotto, appunto, nel 2013 – per la prima volta – e verrà prodotto di nuovo nel 2018 (l’uscita a fine 2021 probabilmente), casualmente in concomitanza di due ricorrenze: la ventesima e la venticinquesima annata. Lo abbiamo chiamato così, perché sette è il numero sulla mappa catastale della particella del vecchio vigneto.

È un micro-progetto che parla della nostra storia e delle nostre radici: 421 magnum per il 2013, 300 per il 2018. Sicuramente lo rifaremo anche  per 2019 e credo, guardando le barrique, che le bottiglie saranno un po’ di più.

Non abbiamo voluto dare a questo vino una connotazione commerciale e abbiamo scelto di non seguire il percorso usuale di lancio di un vino, con il giro di presentazioni per poi arrivare al consumatore finale. Lo abbiamo fatto conoscere prima ai nostri collezionisti privati, per poi arrivare alla stampa e non si passa comunque dai canali di distribuzione soliti. Redigaffi 7 parla di noi, per questo ha come interlocutore ideale il nostro consumatore più affezionato e appassionato.

E, invece, la fascetta anticontraffazione del Redigaffi?

In parte nasce dal desiderio di tutelare l’etichetta e chi l’acquista ma è anche un modo per tracciare chi compra le nostre bottiglie, per capire il percorso che fa il nostro vino. Inoltre, il QR code consente di scaricare sul telefono una piccola storia del Redigaffi, un’ulteriore forma di attenzione verso il consumatore.

È probabilmente troppo presto per delineare uno scenario post-emergenza Covid-19, cosa vede lei però dal suo punto di osservazione?

Quello che posso dire è quello che stiamo facendo noi, ovvero continuare a lavorare come sempre coscienziosamente e con impegno. Sicuramente il modo di consumare il vino cambierà, almeno per un certo periodo, e tutti dovremo prenderne atto ma tutto è ancora un’incognita perché bisognerà capire quale situazione troveremo effettivamente quando si tornerà a una relativa normalità. 

Certo, il vino ha dei tempi lunghi, non segue – almeno un certo tipo di vino – le mode e questo gioca a favore del nostre settore. Altrettanto sicuramente ci dovrà essere, però, un sostegno importante da parte delle istituzioni.