Giodo: una dichiarazione d’amore al Sangiovese

Per noi l’obiettivo è raggiungere sempre la qualità estrema, siamo una piccola realtà e non vogliamo crescere troppo ma continuare a fare bene – anzi, sempre meglio – quello che facciamo. – Bianca Ferrini

Anno di nascita 2002 e prima vendemmia nel 2009, Giodo è una cantina ancora piuttosto giovane ma con un importante fondatore: il grande enologo Carlo Ferrini, che in questo splendido angolo di Montalcino ha dato forma compiuta al suo amore di una vita, quello per il Sangiovese e per il Brunello.

In questa intervista, sua figlia Bianca, che di Giodo segue la parte commerciale, ci racconta questa avventura, fatta di passione, famiglia e cura artigiana.

Tuo padre è una figura importante dell’enologia italiana. Ha lavorato per il Consorzio del Chianti Classico e per tanti grandi nomi toscani. Come è arrivato all’idea di fondare la sua cantina?

Giodo è la concretizzazione di un sogno che mio padre aveva da tempo. Il progetto si è messo in moto nei primi anni Duemila quando abbiamo visto questo terreno a Montalcino e ce ne siamo letteralmente innamorati.

Il suo desiderio era quello di produrre un vino “tutto suo”. Naturalmente, in tutti i vini di cui si è occupato come consulente c’era, c’è la sua mano, però si è sempre trattato di lavori su committenza, quindi giustamente in questi casi c’è lo stile di una cantina da rispettare. Con Giodo, mio padre ha potuto seguire solo ed esclusivamente il proprio gusto e le proprie inclinazioni. È il suo vino in tutto e per tutto.

Dicevi che la scintilla è stata trovare il terreno giusto, quindi ti chiedo: che caratteristiche ha e anche come è cambiato, cresciuto in questi quasi vent’anni?

Sinceramente è un posto di una bellezza davvero difficile da descrivere, è un luogo magico per posizione e scenario ambientale e mio padre ha pensato subito che fosse il posto perfetto per il suo progetto e per il suo Brunello. In tutto sono quattro piccole parcelle; siamo partiti con due ettari e mezzo di terreno e da lì negli anni siamo andati avanti in un’opera progressiva di crescita e consolidamento, sempre in una logica artigianale, che poi è quella che ci contraddistingue in tutto quello che facciamo.

Prima abbiamo sistemato la casa e abbiamo creato la sala degustazione, da ultimo – cinque anni fa – abbiamo acquisito altri tre ettari circa, che si trovano in una posizione leggermente più alta rispetto agli altri. Qui abbiamo scelto di costruire la nostra cantina, che inaugureremo con la prossima vendemmia. In questo modo chiudiamo un po’ il cerchio, rendendo Giodo un piccolo ecosistema autosufficiente.

Parlando del Sangiovese, ci puoi raccontare degli otto cloni che tuo padre ha selezionato?

La premessa da fare è che mio padre è cresciuto con il Chianti Classico ma è un innamorato del Sangiovese.

Nel corso del suo lavoro in Chianti, ha selezionato naturalmente diversi cloni di questa uva e questi  otto sono quelli che hanno dimostrato una resa migliore qui a Montalcino e per questo ha deciso di utilizzarli. In un certo senso rappresentano un po’ la sintesi del suo lavoro in vigna di tutti questi anni, sono la rappresentazione fedele della sua grande attenzione alle pratiche agronomiche.

Il nome della vostra cantina è la crasi dei nomi dei tuoi nonni (Giovanna e Donatello) e tu sei in cantina già da un po’ di tempo, quindi c’è una forte componente familiare. Come si traduce nel vostro modo di fare vino?

Direi nell’artigianalità, che parte dalla vigna – con la cura maniacale che mio padre le riserva e che trasmette a chi lavora con lui – per arrivare alla vendemmia e alla cantina. Per noi l’obiettivo è raggiungere sempre la qualità estrema, siamo una piccola realtà e non vogliamo crescere troppo ma continuare a fare bene – anzi, sempre meglio – quello che facciamo. Attualmente produciamo 10.000 bottiglie di Brunello e 10.000 di Rosso IGT.

Rimanendo in questo ambito, tu hai sempre voluto occuparti di vino o è una scelta arrivata con il tempo? E di cosa ti occupi in cantina?

Ho fatto degli studi economici – Economia Aziendale per poi approdare ad Economia Agroalimentare – ma sono nata e cresciuta in una famiglia che ha sempre dato molta importanza al cibo e al vino. Se non ci fosse stata l’opportunità di Giodo, molto probabilmente avrei comunque lavorato nel settore enogastronomico. Direi che è stato un approdo molto naturale per me.

Di Giodo seguo la parte commerciale, anche se passo molto tempo in vigna, perché essendo una realtà piccola c’è sempre qualcosa da fare o una mano da dare; durante la quarantena ancora di più del solito, per ovvi motivi! Poi, penso che per chi si occupa di vino, a prescindere dal ruolo e dall’organizzazione dell’azienda, stare a contatto con la vigna sia fondamentale. Si capiscono tantissime cose, si colgono aspetti che altrimenti sfuggirebbero.

Tuo padre è un grande enologo. Com’è lavorare con lui?

È una fonte continua di insegnamenti, anche perché è molto disponibile, aperto alla condivisione. Poi in realtà basta stargli accanto e vederlo lavorare per imparare delle cose. Certo è parecchio puntiglioso!… ma è molto bello lavorare insieme.

Tuo padre – lo dicevi anche prima – è da sempre un sostenitore di pratiche agronomiche molto rigorose. Concretamente nella gestione della vostra vigna questo cosa implica?

Sicuramente due cose: il regime biologico e la cura maniacale che ti dicevo prima. Facciamo tantissime selezioni dei germogli prima e dei grappoli poi, per arrivare alla vendemmia con l’uva nelle migliori condizioni possibili. Naturalmente è tutto lavoro manuale: potatura, cimatura, selezione e vendemmia. Il nostro obiettivo è lavorare moltissimo e in maniera sostenibile in vigna per poter intervenire il meno possibile in cantina.

Come definiresti la vostra interpretazione del Brunello? E più in generale la vostra cifra stilistica?

Ti rispondo con quello che mio padre ripete in continuazione: eleganza, eleganza, eleganza. Semplicemente la ricerca dell’eleganza attraverso l’equilibrio.

Ci puoi raccontare della costola siciliana di Giodo: perché la Sicilia come seconda tappa del vostro percorso e in particolare l’Etna?

La scelta parte sempre dalle esperienze professionali di mio padre, che negli ultimi vent’anni ha lavorato molto in Sicilia e che durante i suoi viaggi è rimasto affascinato dall’Etna. Qui ha trovato un ettaro e mezzo in un contesto da sogno: otto piccole parcelle con bellissime viti ad alberello di Nerello Mascalese di circa 80 anni, quindi pre-fillossera, che si alternano a ulivi e alberi da frutto, con il vulcano a fare da sfondo. E poi, c’è questa cosa particolarissima: si cammina in mezzo a tutta questa bellezza con la terra fumante sotto i piedi. L’unicità del posto ci ha conquistati.

La prima vendemmia è del 2016, quindi è davvero un progetto appena nato. Con la prima annata abbiamo fatto circa 6.500 bottiglie e con il 2018 siamo arrivati a più di 8.000.

Secondo te di questi mesi anomali di lockdown cosa rimarrà per quanto riguarda gli aspetti di fruizione  ed esperienza del vino?

Dirette sui social, “degustazioni digitali”  e webinar vari sono stati sicuramente una necessità, dato il periodo e credo che ci abbiamo anche fatto scoprire strumenti e potenzialità che prima forse non erano stati colti. Penso, quindi, che saranno strumenti che rimarranno, convivendo “pacificamente” con l’esperienza diretta, che non può essere sostituita, perché la relazione fra persone e anche l’assaggio di un vino nel luogo in cui è nato sono fondamentali, irrinunciabili, sia per chi il vino lo fa sia per chi lo consuma.

Avete un buon rapporto con rapporto con l’estero?

Sì, molto! A parte naturalmente gli Stati Uniti, abbiamo sempre ottimi riscontri dal Nord Europa: Danimarca, Germania, Olanda soprattutto. È stato così anche durante la quarantena.

Un’ultima domanda. Dal tuo punto di vista, quale è la qualità imprescindibile che deve avere chi produce vino?

Sicuramente la passione. È un lavoro complesso, molto faticoso anche, credo che quello che muove tutto sia l’amore per quello che si fa e per la vigna. E credo anche che sia un elemento che arriva fino al prodotto finale: se un vino è fatto con grande passione e vera cura, si sente.

– Redazione 14.07.2020

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