La nicchia dei Vin de garage

All’inizio degli anni Novanta, il grande esperto di vini e giornalista della Revue du Vin de France, Michel Bettane conia il termine “vin de garage” per indicare quei vini nati da micro-realtà artigianali concentrate principalmente nel territorio del Bordeaux: piccolissimi appezzamenti e produzioni così limitate da poter essere vinificate e conservate in spazi ristretti, come quelli di un garage appunto.

Il termine codifica e “ufficializza” una sensibilità sovversiva rispetto allo stile tradizionale dei rossi bordolesi, solido, con una grande tannicità e la necessità di un lungo affinamento in bottiglia. In controtendenza, i garagisti si dimostrano più audaci e sperimentano, soprattutto, vini rossi corposi, spesso più alcolici, con uve vendemmiate a maturità estrema e vinificate con protocolli artigianali, lontani dai disciplinari e disegnati su misura per ogni vino.

In molti considerano il precursore del movimento Jean Luc Thunevin che, alla fine degli anni Ottanta, acquista un piccolo appezzamento di vecchie viti della superficie di meno di un ettaro nella valle di Saint-Émilion per provare a produrre il proprio vino, senza nessun obiettivo commerciale. La prima annata del suo Château Valandraud (Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Malbec, Carmenère) è datata 1991 e viene vinificata nella autorimessa di famiglia. Sebbene Thunevin la consideri un’annata non particolarmente riuscita, il successo è buono e l’interesse che suscita unanime, tanto da far diventare questo vino un paradigma di riferimento: produzione mignon, gestione estremamente attenta delle vigne, ricerca e grande libertà nel mescolare tradizione e innovazione in cantina, sotto il segno di quella che Thunevin stesso ama definire “denominazione d’origine incontrollata” e che nel suo caso porterà – negli anni – a molte altre etichette eccellenti.

Se Thunevin è l’ispiratore del movimento, è all’influentissimo Robert Parker che si deve la sua consacrazione.

Il critico, infatti, si innamora di questi “micro-crus” e attribuisce a Château Valandraud e ad altri vin de garage – diventati poi leggendari – come Château La Mondotte del conte Stephan von Neipperg (Saint-Émilion) e Château Le Pin di Jacques Thienpont (Pomerol) – grandi punteggi, decretandone un successo commerciale al di là di ogni aspettativa, corredato di aste agguerritissime per accaparrarsi le poche bottiglie disponibili.

Anche l’Italia ha avuto le sue esperienze garagiste di successo, come le prime annate (1985, 1986, 1987) de L’apparita del Castello di Ama, con punteggi molto alti per una micro-produzione talmente micro da renderle praticamente assenti sul mercato. E anche il Masseto di Tenuta dell’Ornellaia è nato come una piccolissima produzione e oggi è considerato un grandissimo vino italiano, in grado competere con i migliori Bordeaux.

Impossibile non ricordare, infine, il Redigaffi di Tua Rita, Merlot in purezza, nato quasi per caso nel 1994, quando Rita Tua e Virgilio Bisti decisero di mettere da parte due barrique di Merlot originariamente destinate al blend del Giusto di Notri, dando così vita a un vino diventato presto di culto a livello internazionale.

Redazione 22.09.2020

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