Login

The Winefully Magazine

Georgia Dimitriou, l’anfitrione de Le Mortelle

L’enologa della tenuta maremmana dei Marchesi Antinori ci porta alla scoperta di questa splendida realtà parlando di identità, di terroir, di architettura e sostenibilità, temi perfettamente integrati all’interno di una delle più importanti aziende vinicole italiane.

Prima di tutto, ci vuole raccontare un po’ di sé, di come si è avvicinata al mondo del vino e del suo affascinante percorso professionale?

Per quanto affascinante può sembrare oggi il mio percorso, confesso che il mio avvicinamento è stato quasi casuale. Studiavo agronomia ad Atene, la mia città di origine, quando mi ha colpito la magia, come la chiamo, della viticoltura; il fatto che da una materia semplice com’è l’uva possa uscire un prodotto talmente complesso ed elegante come può essere il vino. Il ruolo dell’uomo nel centro di questa trasformazione mi ha intrigato cosi tanto da decidere di voler assolutamente fare questo lavoro. Quindi sono partita dalla Grecia per perseguire questa passione in giro per il mondo. Dopo il mio Master in Francia ho lavorato in varie regioni vitivinicole come Bordeaux, Napa Valley, Yarra Valley, Malborough per poi arrivare in Toscana esattamente sette anni fa.

Le Mortelle, come le altre splendide tenute dei Marchesi Antinori, presenta un contesto ambientale unico che, oltre ad essere di una bellezza speciale, è anche estremamente peculiare per quanto riguarda la composizione del terreno e l’esposizione delle vigne. Ce lo può descrivere e spiegare la personalità conferita ai vini della tenuta?

La tenuta, circondata da piccole colline che creano una sorta di anfiteatro, si trova nel sud della Toscana, in Maremma, a una distanza di circa 7 km dal mare. È proprio questa vicinanza al mare, insieme alle caratteristiche pedologiche, a rendere Le Mortelle un posto unico. I nostri terreni, di origine alluvionale/marina, sono ricchi di scheletro con percentuali elevate di sabbia e una piccola percentuale di argilla. La ricchezza di scheletro in superficie tende a mantenere il calore e, insieme alla sabbia, permette un buon drenaggio, limitando eventuali stress idrici estivi. Allo stesso tempo, le vigne hanno un’esposizione Est-Ovest così da sfruttare al meglio il Maestrale pomeridiano che mitiga le temperature. Queste condizioni favoriscono una maturazione lenta e ottimale, soprattutto per le nostre varietà tardive come il Cabernet Sauvignon e il Carménère, dando vita a vini di grande eleganza aromatica e raffinatezza tannica.

Come Winefully abbiamo imparato a conoscere Le Mortelle per mezzo del Poggio alle Nane e dell’Ampio, due rossi complessi e strutturati che sono ambasciatori della Tenuta: come ce li può descrivere e che similitudini (e differenze) troviamo nei due?

A entrambi i vini sono dedicate le migliori parcelle della tenuta e le cure più attente durante tutte le fasi della loro produzione, cominciando dalle operazioni nel vigneto.
Poggio alle Nane è un vino concepito su un’espressione molto elegante del Cabernet Franc della tenuta. La complessità aromatica ottenuta dalle nostre migliori uve di questa varietà, con note di pepe bianco, di mirtillo e di menta, unita alla fitta trama tannica conferita dal Cabernet Sauvignon e il carattere speziato e vellutato del Carménère, creano un vino complesso con un grande potenziale di invecchiamento. Un vino che può offrire soddisfazioni immediate ma che rivela ancora di più il suo carattere a chi ha la pazienza di aspettare.
Ampio invece è un’espressione del tutto particolare di Carménère. Una varietà della stessa famiglia del Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon con cui condivide molte similitudini, soprattutto a livello aromatico, con sfumature di ribes nero e di liquirizia, spesso predominanti. Il Carménère, vitigno di origine bordolese e faro dei vini cileni, viene spesso considerata una varietà meno elegante che però, come mi piace dire, ha trovato nel nostro territorio la sua grazia. L’uvaggio di Ampio, frutto di una conoscenza profonda dei nostri vigneti, ha un’identità più pronunciata e fortemente caratterizzata dalla varietà. Con un lungo affinamento in rovere francese 100% nuovo, ha un bouquet complesso di grande finezza, tannini setosi e una persistenza degustativa straordinaria.

Antinori ci ha abituato a confrontarci con vini straordinari che rappresentano oggi l’enologia italiana nel mondo e che si sono spesso spinti ben oltre le denominazioni locali: è il caso di Poggio alle Nane e di Ampio delle Mortelle. Da produttori come vengono visti i disciplinari odierni?

Storicamente in Italia, come anche in altri paesi tradizionali del vino, i disciplinari hanno spesso contribuito alla notorietà dei vini nel mondo e al miglioramento della qualità all’interno delle regioni viticole. Oggi giorno però, la forte competizione dei vini del Nuovo Mondo spinge ancora di più al superamento delle frontiere enologiche e il caso dei Supertuscans è più che mai attuale. In più, Le Mortelle fa parte di una zona vitivinicola molto giovane e allo stesso tempo molto variegata, di 8.700 ettari vitati. La Maremma ha indubbiamente un grande potenziale enologico ma deve ancora concretizzare la sua identità. Noi come azienda rispettiamo il nostro territorio creando vini rappresentativi e identitari di altissimo livello. Questo è il nostro contributo a tale obiettivo. Avere la flessibilità per farlo è altrettanto importante.

Le Mortelle, oltre ad essere una delle più belle realtà italiane dal punto di vista estetico ed architettonico, è anche all’avanguardia nelle pratiche di cantina: struttura interrata, processo produttivo per gravità, sfruttamento massimo delle condizioni ambientali sono solo alcuni degli aspetti più interessanti. 
Come si riflette tale complessità nei vini della tenuta?

La cura delle uve e la qualità di ciascun acino è un valore fondamentale per la produzione dei vini come Poggio alle Nane e Ampio. Al tempo stesso abbiamo la fortuna di essere in una zona vitivinicola dove la maturazione delle uve raggiunge un tale livello da renderli estremamente delicati. Tutte le operazioni in cantina hanno quindi come obiettivo quello di ottimizzare al massimo la precisione e diminuire al minimo le condizioni di stress per la materia prima. La vinificazione per gravità, i serbatoi troncoconici, le estrazioni con follatori pneumatici, la barricaia interrata sono solo alcuni degli strumenti che garantiscono una lavorazione delle uve meno traumatica, preservando i profumi varietali e facilitando l’estrazione di tannini setosi. Solo cosi riusciamo a esprimere al meglio il carattere del nostro territorio.

Oggi si parla sempre di sostenibilità nella filiera del vino e sappiamo che tale filosofia è fondamentale nel business model di Antinori: come viene interpretata la sostenibilità a Le Mortelle e cosa restituisce la cantina all’ambiente circostante?

Il progetto di costruzione della cantina de Le Mortelle è stato concepito fin dall’inizio come un progetto eco-sostenibile con sistemi innovativi come quello della fitodepurazione delle acque reflue, ma anche con semplici meccanismi che sfruttano la gravità, la luce naturale e la termoregolazione della roccia. Così Le Mortelle pone il rispetto per l’ambiente e il risparmio energetico al centro della sua attenzione.
 Il principio della sostenibilità si riflette quindi su ogni passaggio, cominciando dal vigneto e in tutte le fasi della produzione. Ad esempio, negli ultimi 10 anni abbiamo investito nella difesa integrata contro gli insetti, con l’uso si feromoni e lanci di insetti predatori, in modo tale da arrivare all’abbandono di insetticidi senza compromettere la qualità dei nostri vini.
 La sostenibilità è per Le Mortelle un approccio sano e rispettoso dell’ambiente, nella migliore tradizione agricola, unito alla ricerca e alla tecnologia.

Antinori è una delle realtà principali nel contesto italiano del vino, sia per la lunga storia che ha alle spalle, sia per il patrimonio enologico rappresentato dalle sue tenute. Cosa significa fare parte di una realtà di questo tipo, dove c’è una forte e coerente visione imprenditoriale d’insieme ma allo stesso tempo ogni tenuta ha una chiara e indiscutibile identità? Come si coniuga la singolarità di un progetto con la cornice d’insieme?

Immagino sia possibile perché l’obiettivo è comune e al centro del modello aziendale; produrre vino di qualità. Per quanto sembri banale è un obiettivo che talvolta viene trascurato dalle aziende. Il vino non può essere visto come un prodotto alimentare qualsiasi, è un prodotto agricolo, dipendente dalla Natura e da lei fortemente influenzato. Proprio per questo il vino di qualità non può essere standardizzato e l’uomo diventa il fattore chiave. La famiglia Antinori e Renzo Cotarella, CEO e capo enologo dell’azienda, sono nati nel mondo del vino e questo principio lo conoscono benissimo. Per questo hanno ritenuto fondamentale che ogni tenuta avesse la sua identità e la sua autonomia, ciascuna con la sua propria squadra.

Nel chiudere l’intervista ci piacerebbe, per quanto possibile, guardare al futuro: Georgia cosa aspettarci (o augurarci di aspettare) dal prossimo futuro di Le Mortelle?

Penso che il prossimo futuro de Le Mortelle sarà ancora più “green”. La famiglia Antinori è da sempre convinta che il rispetto per l’ambiente debba essere al centro delle attenzioni e sforzi. Per Le Mortelle la sfida è ancora più importante perché siamo in una zona di grande bellezza naturalistica, dove gran parte della Maremma costiera è considerata Riserva Naturale.
Quindi, nei prossimi anni vorremmo ulteriormente diminuire il nostro consumo energetico, aumentando l’uso di energie rinnovabili. Vorremmo sensibilizzare tutti i nostri dipendenti verso questa direzione, perché solo cambiando la nostra mentalità possiamo migliorare veramente le cose. Di una cosa sono certa, che il rispetto per l’ambiente e la sua biodiversità sia importante sia per motivi etici che per motivi tecnici; più lavoriamo in armonia con il nostro territorio, più saremo in grado di produrre dei vini di grande espressione.

Georgia Dimitriou Enologa de Le Mortelle

Georgia Dimitriou, l’anfitrione de Le Mortelle

L’enologa della tenuta maremmana dei Marchesi Antinori ci porta alla scoperta di questa splendida realtà parlando di identità, di terroir, di architettura e sostenibilità, temi perfettamente integrati all’interno di una delle più importanti aziende vinicole italiane.

Prima di tutto, ci vuole raccontare un po’ di sé, di come si è avvicinata al mondo del vino e del suo affascinante percorso professionale?

Per quanto affascinante può sembrare oggi il mio percorso, confesso che il mio avvicinamento è stato quasi casuale. Studiavo agronomia ad Atene, la mia città di origine, quando mi ha colpito la magia, come la chiamo, della viticoltura; il fatto che da una materia semplice com’è l’uva possa uscire un prodotto talmente complesso ed elegante come può essere il vino. Il ruolo dell’uomo nel centro di questa trasformazione mi ha intrigato cosi tanto da decidere di voler assolutamente fare questo lavoro. Quindi sono partita dalla Grecia per perseguire questa passione in giro per il mondo. Dopo il mio Master in Francia ho lavorato in varie regioni vitivinicole come Bordeaux, Napa Valley, Yarra Valley, Malborough per poi arrivare in Toscana esattamente sette anni fa.

Le Mortelle, come le altre splendide tenute dei Marchesi Antinori, presenta un contesto ambientale unico che, oltre ad essere di una bellezza speciale, è anche estremamente peculiare per quanto riguarda la composizione del terreno e l’esposizione delle vigne. Ce lo può descrivere e spiegare la personalità conferita ai vini della tenuta?

La tenuta, circondata da piccole colline che creano una sorta di anfiteatro, si trova nel sud della Toscana, in Maremma, a una distanza di circa 7 km dal mare. È proprio questa vicinanza al mare, insieme alle caratteristiche pedologiche, a rendere Le Mortelle un posto unico. I nostri terreni, di origine alluvionale/marina, sono ricchi di scheletro con percentuali elevate di sabbia e una piccola percentuale di argilla. La ricchezza di scheletro in superficie tende a mantenere il calore e, insieme alla sabbia, permette un buon drenaggio, limitando eventuali stress idrici estivi. Allo stesso tempo, le vigne hanno un’esposizione Est-Ovest così da sfruttare al meglio il Maestrale pomeridiano che mitiga le temperature. Queste condizioni favoriscono una maturazione lenta e ottimale, soprattutto per le nostre varietà tardive come il Cabernet Sauvignon e il Carménère, dando vita a vini di grande eleganza aromatica e raffinatezza tannica.

Come Winefully abbiamo imparato a conoscere Le Mortelle per mezzo del Poggio alle Nane e dell’Ampio, due rossi complessi e strutturati che sono ambasciatori della Tenuta: come ce li può descrivere e che similitudini (e differenze) troviamo nei due?

A entrambi i vini sono dedicate le migliori parcelle della tenuta e le cure più attente durante tutte le fasi della loro produzione, cominciando dalle operazioni nel vigneto.
Poggio alle Nane è un vino concepito su un’espressione molto elegante del Cabernet Franc della tenuta. La complessità aromatica ottenuta dalle nostre migliori uve di questa varietà, con note di pepe bianco, di mirtillo e di menta, unita alla fitta trama tannica conferita dal Cabernet Sauvignon e il carattere speziato e vellutato del Carménère, creano un vino complesso con un grande potenziale di invecchiamento. Un vino che può offrire soddisfazioni immediate ma che rivela ancora di più il suo carattere a chi ha la pazienza di aspettare.
Ampio invece è un’espressione del tutto particolare di Carménère. Una varietà della stessa famiglia del Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon con cui condivide molte similitudini, soprattutto a livello aromatico, con sfumature di ribes nero e di liquirizia, spesso predominanti. Il Carménère, vitigno di origine bordolese e faro dei vini cileni, viene spesso considerata una varietà meno elegante che però, come mi piace dire, ha trovato nel nostro territorio la sua grazia. L’uvaggio di Ampio, frutto di una conoscenza profonda dei nostri vigneti, ha un’identità più pronunciata e fortemente caratterizzata dalla varietà. Con un lungo affinamento in rovere francese 100% nuovo, ha un bouquet complesso di grande finezza, tannini setosi e una persistenza degustativa straordinaria.

Antinori ci ha abituato a confrontarci con vini straordinari che rappresentano oggi l’enologia italiana nel mondo e che si sono spesso spinti ben oltre le denominazioni locali: è il caso di Poggio alle Nane e di Ampio delle Mortelle. Da produttori come vengono visti i disciplinari odierni?

Storicamente in Italia, come anche in altri paesi tradizionali del vino, i disciplinari hanno spesso contribuito alla notorietà dei vini nel mondo e al miglioramento della qualità all’interno delle regioni viticole. Oggi giorno però, la forte competizione dei vini del Nuovo Mondo spinge ancora di più al superamento delle frontiere enologiche e il caso dei Supertuscans è più che mai attuale. In più, Le Mortelle fa parte di una zona vitivinicola molto giovane e allo stesso tempo molto variegata, di 8.700 ettari vitati. La Maremma ha indubbiamente un grande potenziale enologico ma deve ancora concretizzare la sua identità. Noi come azienda rispettiamo il nostro territorio creando vini rappresentativi e identitari di altissimo livello. Questo è il nostro contributo a tale obiettivo. Avere la flessibilità per farlo è altrettanto importante.

Le Mortelle, oltre ad essere una delle più belle realtà italiane dal punto di vista estetico ed architettonico, è anche all’avanguardia nelle pratiche di cantina: struttura interrata, processo produttivo per gravità, sfruttamento massimo delle condizioni ambientali sono solo alcuni degli aspetti più interessanti. 
Come si riflette tale complessità nei vini della tenuta?

La cura delle uve e la qualità di ciascun acino è un valore fondamentale per la produzione dei vini come Poggio alle Nane e Ampio. Al tempo stesso abbiamo la fortuna di essere in una zona vitivinicola dove la maturazione delle uve raggiunge un tale livello da renderli estremamente delicati. Tutte le operazioni in cantina hanno quindi come obiettivo quello di ottimizzare al massimo la precisione e diminuire al minimo le condizioni di stress per la materia prima. La vinificazione per gravità, i serbatoi troncoconici, le estrazioni con follatori pneumatici, la barricaia interrata sono solo alcuni degli strumenti che garantiscono una lavorazione delle uve meno traumatica, preservando i profumi varietali e facilitando l’estrazione di tannini setosi. Solo cosi riusciamo a esprimere al meglio il carattere del nostro territorio.

Oggi si parla sempre di sostenibilità nella filiera del vino e sappiamo che tale filosofia è fondamentale nel business model di Antinori: come viene interpretata la sostenibilità a Le Mortelle e cosa restituisce la cantina all’ambiente circostante?

Il progetto di costruzione della cantina de Le Mortelle è stato concepito fin dall’inizio come un progetto eco-sostenibile con sistemi innovativi come quello della fitodepurazione delle acque reflue, ma anche con semplici meccanismi che sfruttano la gravità, la luce naturale e la termoregolazione della roccia. Così Le Mortelle pone il rispetto per l’ambiente e il risparmio energetico al centro della sua attenzione.
 Il principio della sostenibilità si riflette quindi su ogni passaggio, cominciando dal vigneto e in tutte le fasi della produzione. Ad esempio, negli ultimi 10 anni abbiamo investito nella difesa integrata contro gli insetti, con l’uso si feromoni e lanci di insetti predatori, in modo tale da arrivare all’abbandono di insetticidi senza compromettere la qualità dei nostri vini.
 La sostenibilità è per Le Mortelle un approccio sano e rispettoso dell’ambiente, nella migliore tradizione agricola, unito alla ricerca e alla tecnologia.

Antinori è una delle realtà principali nel contesto italiano del vino, sia per la lunga storia che ha alle spalle, sia per il patrimonio enologico rappresentato dalle sue tenute. Cosa significa fare parte di una realtà di questo tipo, dove c’è una forte e coerente visione imprenditoriale d’insieme ma allo stesso tempo ogni tenuta ha una chiara e indiscutibile identità? Come si coniuga la singolarità di un progetto con la cornice d’insieme?

Immagino sia possibile perché l’obiettivo è comune e al centro del modello aziendale; produrre vino di qualità. Per quanto sembri banale è un obiettivo che talvolta viene trascurato dalle aziende. Il vino non può essere visto come un prodotto alimentare qualsiasi, è un prodotto agricolo, dipendente dalla Natura e da lei fortemente influenzato. Proprio per questo il vino di qualità non può essere standardizzato e l’uomo diventa il fattore chiave. La famiglia Antinori e Renzo Cotarella, CEO e capo enologo dell’azienda, sono nati nel mondo del vino e questo principio lo conoscono benissimo. Per questo hanno ritenuto fondamentale che ogni tenuta avesse la sua identità e la sua autonomia, ciascuna con la sua propria squadra.

Nel chiudere l’intervista ci piacerebbe, per quanto possibile, guardare al futuro: Georgia cosa aspettarci (o augurarci di aspettare) dal prossimo futuro di Le Mortelle?

Penso che il prossimo futuro de Le Mortelle sarà ancora più “green”. La famiglia Antinori è da sempre convinta che il rispetto per l’ambiente debba essere al centro delle attenzioni e sforzi. Per Le Mortelle la sfida è ancora più importante perché siamo in una zona di grande bellezza naturalistica, dove gran parte della Maremma costiera è considerata Riserva Naturale.
Quindi, nei prossimi anni vorremmo ulteriormente diminuire il nostro consumo energetico, aumentando l’uso di energie rinnovabili. Vorremmo sensibilizzare tutti i nostri dipendenti verso questa direzione, perché solo cambiando la nostra mentalità possiamo migliorare veramente le cose. Di una cosa sono certa, che il rispetto per l’ambiente e la sua biodiversità sia importante sia per motivi etici che per motivi tecnici; più lavoriamo in armonia con il nostro territorio, più saremo in grado di produrre dei vini di grande espressione.

Georgia Dimitriou Enologa de Le Mortelle

I fine wines fra investimento e collezionismo – Parte Seconda

Qualche tempo fa, nel nostro articolo “I Fine Wines tra Investimento e Collezionismo – Parte Prima” abbiamo affrontato una serie di aspetti legati all’appeal dei vini pregiati nei confronti di coloro che non mettono la degustazione di un vino, di un’annata o di un formato specifico necessariamente in cima alle loro preferenze ma che, invece, preferiscono concentrarsi su aspetti diversi che hanno sempre come comune denominatore il vino ricercato, famoso, limitato e per certi versi anche atto a divenire prodotto speculativo.

Come abbiamo visto, l’argomento vini pregiati presenta una serie di criticità da considerare ed affrontare prima di iniziare la propria attività di acquisto. Una volta completato l’iter preparatorio e rese disponibili le necessarie risorse del caso, ci si deve confrontare con la domanda più difficile: da dove cominciare?

Le risposte sono ovviamente molteplici, forse anche infinite: più ampia è la scelta e le potenziali combinazioni, più si palesa la necessità di applicare un necessario pragmatismo all’argomento per non farsi prendere la mano dal tentacolare mondo del vino da investimento.

Sebbene esistano una serie di strumenti a supporto di chi si avvicina a tale dimensione con l’idea di divesificare i propri investimenti, mettere in atto manovre speculative o a fini di genuino collezionismo, questi non sono sempre accessibili a tutti. Esistono infatti piattaforme dedicate alla compravendita di qualunque tipo di vino, anche pregiato, su base cartone o cassa completa, in quantità da limtate a grandi, dove giornalmente si confrontano venditori ed acquirenti di tutto il mondo per lo più legati al mondo B2B, in un contesto di barriere di costo all’entrata. Certo, si può sicuramente fare a meno di quanto sopra e seguire un approccio più semplice ed alla portata di tutti, tramite l’utilizzo di social o di siti dedicati che permettono il confronto tradizionale tra privati e non, anche sulla base di singole bottiglie. In aggiunta, vi è da tenere in considerazione come le dinamiche di compravendita tipiche dei privati possano differire in funzione del fine stesso dell’investimento, delle risorse disponibili, della propensione al rischio dei singoli oltre che di personalissime sensazioni, preferenze e considerazioni, proprie o fatte tali dal confronto con terzi o dalla pubblicazione di guide e punteggi della critica internazionale, storicamente con un ruolo più che rilevante nell’influenzare le scelte di chi investe risorse.

Essendo la materia quindi complessa ed approcciabile da più posizioni in funzione delle reali necessità del compratore, proveremo a semplificare l’argomento il più possibile, focalizzando la nostra attenzione sulla domanda più difficile sopra menzionata e condividendo parte della nostra esperienza maturata sul mercato italiano ed internazionale.

Inevitabilmente ciò porterà a focalizzare l’attenzione su alcune cantine a discapito di altre, sulla cui proposta non vi è nulla da obiettare e nei confronti delle quali non sussiste alcuna preclusione al di là di un dovere di sintesi per contenere la portata di questo nostro contenuto.

Partendo quindi dal Bel Paese e dalle sue innumerevoli produzioni vinicole d’eccellenza, suggeriremmo senza dubbio di focalizzare l’attenzione sulla sigla BBBA+, che non è un rating finanziario, ma solo un comodo acronimo che sta per “Brunello, Barolo, Barbaresco, Amarone” e che lascia il “+” all’interpretazione, oggi poco soggetta a fantasia e più concretamente legata a vini chiamati nella loro prima fase “Supertuscan” e che oggi, grazie agli sforzi di tanti vignaioli effettuati negli ultimi decenni, sono assorti a riferimento per quanto riguarda il vino italiano nel mondo. Iniziando la nostra analisi proprio da quest’ultima categoria, come non menzionare il vero vino iconico nazionale, ciò da cui tanto (tutto?) ebbe inizio, ovvero il Sassicaia di Tenuta San Guido. Nato negli anni sessanta per volere di Mario Incisa della Rocchetta, non vi è annata senza che vi si scateni una corsa all’acquisto in tutti i formati disponibili. Al di là di una qualità ed un’esperienza degustativa ai massimi livelli, il Sassicaia è forse il vino italiano più conosciuto (e scambiato) al mondo, sempre ai massimi livelli della critica internazionale e caratterizzato da una costante crescita delle sue valutazioni, anche a distanza di poco tempo dall’acquisto (che si raccomanda in sede di rilascio annuale, tipicamente tra primo e secondo trimestre di ogni anno).

Un nostro suggerimento spassionato per quanto riguarda il Sassicaia: raccomandiamo di utilizzare esclusivamente canali di acquisto ufficiali essendo anche, e purtroppo, il vino italiano più soggetto a contraffazione.

Ma se San Guido ha fatto grande Bolgheri, grazie al prezioso assist di Giosuè Carducci ed, in primis, della natura stessa, particolarmente generosa in questa parte alta della Maremma, l’avvicendamento tra due famiglie storiche per il vino italiano, Antinori e Frescobaldi, porta a due campioni del bolgherese, Masseto ed Ornellaia, tanto vicini in termini di proprietà quanto diversi come filosofia, terroir, stile produttivo e posizionamento di mercato.

Due etichette iconiche, mai sazie di conquistare il cuore di collezionisti, appassionati ed investitori, rifugio sicuro del capitale investito vista la sempre elevate domanda che li caratterizza ad ogni uscita sul mercato.

Una boutade vuole che un vino il cui nome si conclude in “-aia” sia caratterizzato da un’elevata qualità e sia, in poche parole, una sicurezza, una sorta di bene rifugio: al di là dei tanti altri, eccellenti, vini con la medesima desinenza, è al Solaia di Antinori che si deve guardare dopo gli altrettanto blasonati bolgheresi.

Un vino con caratteristiche ben distinte, proveniente da un territorio diverso come il Chianti Classico dove la Tenuta Tignanello beneficia di un terroir eccezionale sfruttato al meglio dalla famiglia Antinori nel produrre, da vigneti insistenti sulla medesima collina, due eccellenze come, appunto, Solaia e Tignanello, vini di rango nobile sempre fortemente richiesti sul mercato ed apprezzati dalla critica internazionale, talvolta anche con il massimo dei voti. Si sa, la Toscana è una fucina di grandissimi vini, ormai provenienti da molti territori a dimostrazione della vocazione di questa regione e delle grandi capacità dei vignaioli. La lista di cui sopra è senza dubbio riduttiva, non avendo lasciato il meritato spazio a cantine iconiche che negli anni si sono ritagliate un ruolo importantissimo, pensiamo a Montevertine, Fontodi, Bibi Graetz, Tenuta di Trinoro, Le Pupille, Castello di Ama, San Giusto a Rentennano, Castellare di Castellina, Le Macchiole, Petrolo, Isole e Olena, Tenuta di Biserno, Monteverro, Tua Rita, Ricasoli, Querciabella, solo per fare qualche nome di realtà che, con uno e più vini, sono riconosciute avere un appeal internazionale

Ma non si può parlare di Toscana senza considerare uno dei borghi medievali più noti nel mondo, quella Montalcino che è contraddistinta dall’essere la capitale del buon bere a base di Sangiovese Grosso, o Brunello.

L’argomento qui si fa senza dubbio vasto e quindi complesso: il Brunello di Montalcino è un vino che da tantissimi anni presenta uno standard qualitativo ai massimi, tanto che sempre più cantine simboleggiano ormai la cittadina, in un sano caleidoscopio fatto di tradizione e di innovazione, di vecchie e nuove generazioni che si passano in testimone fissando nuovi e sempre più ambiziosi traguardi.

Etichette come Biondi Santi, Casanova di Neri, Giodo, Poggio di Sotto, Fuligni, Siro Pacenti, Le Chiuse, Il Marroneto, Castiglion del Bosco, Salvioni, Livio Sassetti, Stella di Campalto, Gianni Brunelli, Pian dell’Orino, Le Potazzine, Castello di Romitorio, Le Ragnaie, Luce della Vite, Il Poggione e Case Basse di Soldera sono sono alcune delle etichette oggi protagoniste dell’offerta ilcinese che, di annata in annata e di riserva in riserva, mantengono alto il nome del capoluogo tra le folte schiere di pretendenti alle ambite bottiglie. Sebbene la Toscana svolge un ruolo chiave nel proporre un’estrema varietà di vini pregiati soggetti a continui acquisti ed investimenti, un’altra regione in grado di proporre una scelta veramente ampia in un fazzoletto di terra compreso tra i comuni di Barolo e Barbaresco, è il Piemonte.

Terra di grandi vini la Langa, con una grandissima tradizione e caratterizzata da una splendida evoluzione negli anni, tanto da proporre oggi un’offerta variegata che ben simboleggia il mix tra una ferrea tradizione ed una ben accetta rivisitazione del Nebbiolo, uva di riferimento nel tempo affiancata dalle altrettanto autoctone Barbera e, talvolta, Freisa.

Riuscire a rendere esaustiva una lista di consigli per l’investimento è impresa ardua in Langa, dove si rischia facilmente di far torto a tanti produttori eccellenti con vigneti appartenenti alla medesima MGA e fisicamente confinanti con quelli di cantine più blasonate, vista la frammentazione delle parcelle soprattutto in quelle zone particolarmente vocate (qualche esempio: Asili, Pajè e Rabajà a Barbaresco, Cannubi a Barolo, Rocche dell’Annunziata e Cerequio a La Morra, Villero e Bricco Boschis a Castiglione Falletto, Mosconi, e Bussia a Monforte d’Alba, Vignarionda e Falletto a Serralunga o Ravera a Novello).

La grande varietà e conseguente frammentazione delle parcelle implicano anche produzioni molto limitate in quei vigneti dove l’unica lingua parlata è la qualità estrema e dove le rese sono volutamente ridotte per estrarre il massimo da ogni singolo acino.

Un riferimento per tale modo di operare è sicuramente Giacomo Conterno, padre di uno dei vini riserva più famosi al mondo, ovvero il Monfortino, ed in grado di produrre opera uniche dai propri cru di Arione, Francia e Cerretta. Non è un eufemismo dire che vi è la fila per avere i vini di Conterno, anzi forse sarebbe da dire che la fila è doppia, se non tripla considerato l’interesse del mercato verso tutti i vini di Conterno a partire dalla sua Barbera d’Alba. Le Langhe hanno vissuto vari periodi in cui generazioni familiari si sono succedute una dopo l’altra, spesso lasciando una propria impronta indelebile nella storia del territorio e dell’offerta vinicola: è questo il caso della cantina Gaja, dove la quarta generazione guidata da Angelo ha decisamente cambiato l’enologia delle Langhe attraverso importanti innovazioni che hanno portato l’intera produzione di questa cantina ai massimi livelli mondiali, tanto da essere continuamente ricercata e scambiata.

Ogni produttore storico attivo tra Barolo e Barbaresco è custode della storia e dell’eccellenza di queste terre, vocate a vino di qualità noto in tutto il mondo: menzionarne uno piuttosto che un altro è impresa ardua, avendo a disposizione un mix di campioni assoluti. Nomi come Luciano Sandrone, Vietti, Bartolo Mascarello, Roberto Voerzio, Elio Grasso, Rinaldi, Paolo Scavino, Domenico Clerico, Giuseppe Mascarello, Bruno Giacosa, Aldo Conterno, Lorenzo Accomasso, Roagna, G.D. Vajra, Cavallotto, Pio Cesare, Burlotto o Borgogno sono tutte cantine che, nell’arco degli anni, hanno prodotto vini straordinari e che ancora oggi vedono una domanda per le loro eccellenze superare, e non di poco, l’offerta, spesso sempre più contenuta.

Pregi tra i produttori piemontesi ve ne sono tanti, difetti…beh, forse la troppa scelta!

Concludiamo la nostra carrellata tra i vini più rappresentativi dello stivale con una zona all’interno della quale svettano due campioni assoluti in grado di domare al meglio un vino così importante come l’Amarone della Valpolicella: Giuseppe Quintarelli e Romano Dal Forno: da sempre oggetto dell’interesse di collezionisti ed anche investitori, questi due produttori, che nel tempo sono stati affiancati da altre eccellenze che prendono sempre più piede sul mercato, rimangono due alfieri ben rappresentativi di un territorio vario, vasto, dove il mix di uve e le tecniche di affinamento permettono la realizzazione di vini eccezionali, e non parliamo solo di Amarone bensì anche di Valpolicella Superiore e Recioto.

Come introdotto nella premessa, il territorio italiano è sicuramente complesso e l’elevatissima qualità media del vino prodotto non rende per nulla facile un riassunto schematico di quelli che riteniamo, per certi versi, i campioni nazionali.

La nostra narrazione non ambisce infatti ad essere esaustiva, anzi ci aspettiamo di aver tralasciato nomi blasonati, che confidiamo non ce ne vogliano, e di aver sorvolato su tante zone emergenti di sicuro interesse e potenziale.

Speriamo comunque che il lettore possa beneficiare di questo nostro intervento, confermando la perpetua disponibilità da parte del Team di Winefully ad analizzare e comprendere appieno necessità ed aspettative dei nostri clienti.

Luciano Sandrone: nati sotto il segno del Nebbiolo

Nel periodo più intenso dell’anno, quello della vendemmia, Barbara Sandrone – figlia di Luciano – è riuscita lo stesso a dedicarci un po’ del suo tempo per raccontarci la storia della loro cantina, che, prima ancora di essere una bellissima vicenda imprenditoriale, è un’intensa vicenda di famiglia e di affetti. Una storia nella quale l’amore che lega le tre generazioni oggi in azienda trova un riflesso e un completamento nel rapporto quasi simbiotico con il territorio, dal quale nascono sei vini che interpretano la tradizione in maniera pura e appassionata.

Tuo padre Luciano, il fondatore della vostra cantina, ha una bellissima storia personale. Vorrei partire da qui, se ti va.

Sì, certo, per noi è sempre una gioia raccontare come è iniziato tutto perché non veniamo da una tradizione di famiglia nel vino. Mio nonno, in realtà, era falegname e, a un certo punto, decise di trasferirsi a Barolo per ampliare la sua attività e – chiamalo caso oppure destino – la sede della nuova falegnameria era a fianco della cantina del grande Giacomo Borgogno. Mio papà all’epoca era un ragazzino e si divideva fra questi due mondi, con il signor Giacomo che lo aveva preso in simpatia e gli ripeteva sempre – in dialetto piemontese ovviamente – “Cresci in fretta Luciano, perché qui c’è posto per te”. E alla fine è andata davvero così: dopo l’avviamento, ha iniziato a lavorare insieme a lui, assorbendo tutti i suoi insegnamenti e osservando tutti i suoi gesti. Un’esperienza bellissima per mio padre che è durata fino al servizio militare, poi al suo ritorno in paese è diventato capo cantiniere per le famiglie Abbona e Scarzello, titolari de  Marchesi di Barolo, nel 1970. Aveva solo ventiquattro anni ed è rimasto lì fino al 1990. A che punto di questo percorso Luciano ha deciso che voleva fare un vino suo, partendo da zero?

È successo verso la fine degli anni Settanta, mio padre ha iniziato ad avere desiderio di confrontarsi anche con quello che accade, prima della cantina, in vigna. La qualità del vino, lo sai, nasce nel vigneto e lui voleva capire meglio anche quella parte di processo. Nel 1977 è arrivato l’acquisto del vigneto Cannubi Boschis, da cui poi è nato il nostro primo Barolo.

Mio padre non aveva spazi o strumenti di proprietà perché – come ti dicevo – non veniva da una famiglia di vignaioli, perciò è partito da zero, usando il nostro garage perché era il miglior luogo che aveva a disposizione. La nostra azienda è cresciuta in questa maniera semplice e per piccoli passi: prima con pochi fusti, poche vasche e a volte attrezzi di seconda mano; poi nel tempo abbiamo affittato altri garage per poterci allargare un po’ e, infine, il progetto della nuova cantina, che è arrivato solo nel 1998. Si trova sempre qui a Barolo, proprio ai piedi della collina di Cannubi e qui siamo riusciti, gradualmente, a portare tutto dentro: dai trattori alle sale dove affiniamo.

Ti vorrei fare una domanda riguardo al vostro carattere che si riflette, in ultimo, nei vostri vini. Siete sicuramente uno dei nomi di riferimento per il Barolo, eppure mi sembra che siate riusciti a conservare quello spirito garagista, essenziale e semplice degli inizi, come ci siete riusciti?

Non saprei. Non c’è stata una strategia, abbiamo solo creduto tanto, con il cuore e con la testa, in quello che abbiamo fatto e abbiamo voluto rimanere una famiglia, anche se questo ha significato darsi dei limiti. Ma va bene così perché vogliamo gestire le cose in una certa maniera – la nostra – e vogliamo esercitare il controllo su tutte le fasi in vigna e in cantina.

Non bisogna avere fretta e questa è una cosa che prima di tutto ci dicono i nostri vigneti. Se c’è una cosa che la famiglia del Nebbiolo insegna è proprio l’arte della pazienza e del saper aspettare. Ti direi che questo insegnamento dalla vigna lo abbiamo trasposto a tutti gli aspetti del nostro lavoro. Questo è anche uno dei motivi per i quali, in fondo, i nostri vini non sono tanti, perché abbiamo scelto di farci guidare dai vitigni autoctoni e dalla tradizione, senza avere fretta. Pensa che il nostro ultimo nato, il Barolo Vite Talin, ha avuto più o meno trent’anni di gestazione prima di vedere la luce.

Tu ti occupi della parte commerciale, giusto?

Sì, anche se ammetto che non mi piace chiamarla così. Lavoro insieme a un gruppo di sole donne davvero molto in gamba, ci tengo a dirlo perché penso che l’abilità relazionale femminile faccia la differenza. Per noi è indispensabile far capire ai distributori la complessità di certe scelte che facciamo, a volte all’apparenza antieconomiche ma coerenti con la nostra filosofia.

Mio zio Luca con la sua squadra di otto  persone segue, invece, la vigna. Con l’arrivo del vigneto Le Corse di Monforte, che entrerà a far parte del Barolo Le Vigne dall’annata 2019, siamo a trenta ettari. Ti parlo di questa acquisizione perché ci teniamo davvero tanto: il titolare dell’appezzamento è sempre stato in rapporti di stima e di collaborazione con mio padre, nel momento in cui ha scelto di ritirarsi ha voluto venderlo a noi perché sapeva di lasciarlo a qualcuno con un certo pensiero e un certo modo di lavorare. Per noi è stata una grande soddisfazione e anche un onore. Con l’ingresso in azienda dei tuoi figli, Alessia e Stefano, siete alla terza generazione ormai ma si può dire che siete ancora oggi prima una famiglia e poi un’azienda. Quanto influisce questo nel vostro modo di fare vino?

Essere famiglia è una forza incredibile. Ovviamente non dimentichiamo mai di essere un’azienda ma lo facciamo animati da un sentimento comune e anche dal rapporto che ci lega e questo ci consente, credo, di lavorare con una serenità e una convinzione fortissime.

Sul vostro sito ho notato che definite il vino per sua stessa essenza “naturale”, ci racconti qualcosa di più su come lavorate?

Per noi le nostre vigne sono come persone, sono parte della nostra famiglia: occorre curarle, essere presenti, saperle ascoltare, senza prevaricare. Ti faccio l’esempio del Nebbiolo di Barolo e di Valmaggiore: la varietà è la stessa, ma le condizioni pedoclimatiche e idriche sono così diverse che dobbiamo rapportarci a loro in modi altrettanto diversi. Siamo noi a dover essere capaci di cogliere i segni che la vite ci dà e aiutarla a compiere il suo percorso. Questo richiede una cura che assomiglia alla dedizione, soprattutto nei momenti più delicati come l’estate o quelli che precedono la vendemmia. Luca a fine agosto inizia a campionare per parcelle perché chiaramente, a seconda dell’esposizione, i tempi e i modi della maturazione cambiano molto e questo determina una vendemmia molto articolata, nel senso che ogni appezzamento, anzi ogni parcella fa storia a sé. È il motivo per cui abbiamo molte persone a supporto, che devono essere specializzate ma anche appassionate. Il lavoro in vigna è sempre tanto e faticoso e richiede in parti uguali competenza e sensibilità.

Voi operate a tutti gli effetti in biologico ma non avete certificazione. Non la ritenete utile?

Non ci definiamo biologici, o meglio operiamo alla nostra maniera da sempre ma non abbiamo bisogno di una bollinatura, perché sappiamo come lavoriamo. La mia famiglia è radicata qui, ora ci sono i miei figli che lavorano con noi, amiamo questi luoghi, sarebbe assurdo violare questa terra che ci ha dato tanto, lavorando male, con interventi poco rispettosi.

Usate lieviti indigeni e praticate la fermentazione spontanea, possiamo dire che non avete scelto la strada più facile. Le variabili che entrano in gioco operando così sono molto maggiori.

Lavoriamo così da sempre, non ti saprei nemmeno dire com’è essere diversi. E forse per questo sento meno i rischi e le complessità. È anche vero che siamo aiutati dal fatto di conoscere bene i nostri vigneti e che il patrimonio genetico delle nostre uve è talmente unico che va conservato. Detto questo, scegliere di operare in questo modo richiede un’attenzione maniacale, assoluta. Per farti un esempio, quando bisogna fare i rimontaggi, durante la fermentazione, le persone in cantina si fermano poche ore al giorno, perché ci vuole una cura pazzesca e perché questi lieviti sono vivi e non si comportano mai nello stesso modo. Anche in questo caso, ci vuole competenza ma soprattutto bisogna “sentire” questo lavoro, capire che si ha a che fare con qualcosa di vivo, di pulsante.

Siete naturali e biologi ma mi sembra che siate molto poco interessati al dibattito sul naturale e alle tendenze che ha innescato.

Sinceramente noi abbiamo sempre seguito la nostra strada, senza cercare di assomigliare a qualcun altro. Spesso siamo anche andati controcorrente, per esempio, quando negli anni Novanta c’erano barrique ovunque e sembrava che bisognasse barricare tutto, mio padre ha sempre ostinatamente usato il tonneaux, a volte facendo una fatica incredibile per trovare le botti perché c’era poca offerta. Ma noi abbiamo sempre pensato che il vino deve avere la sua personalità, rispetto alla quale il legno è solo un complemento e per questo siamo sempre andati avanti così. Magari, in questo modo si corre il rischio di non piacere a tutti, ma è giusto in un certo senso, è solo un bene che ci siano più voci e più strade possibili. Ben vengano anche tutti i dibattiti ma poi è importante che ognuno scelga il proprio percorso con indipendenza e coerenza.

Poco fa parlavi di vendemmia, in questo momento (ndr. inizi di ottobre) è ancora in corso quella di quest’anno. Non ti chiedo un bilancio perché è troppo presto ma una vostra prima impressione sul suo andamento.

In effetti non amo parlare della vendemmia prima che sia conclusa. Anche per questioni di scaramanzia! Però posso dire che siamo molto contenti di quello che abbiamo raccolto fino a questo momento. L’andamento climatico di quest’anno ci ha tenuti sempre con il fiato sospeso, con le gelate di aprile e poi le grandinate in estate. Sono stati tutti fenomeni abbastanza violenti ma devo dire che è andata bene e le uve sono sane e belle. Il raccolto è buono per qualità e quantità.

Sul nostro shop si trovano sia Le vigne sia Aleste, due Barolo con una allure particolare. Ci vuoi raccontare la loro storia?

Le Vigne è sempre stato un vino speciale per noi. I primi riconoscimenti sono arrivati con il Cannubi Boschis, ma mio padre ha sempre avuto nel cuore l’idea del Barolo secondo la tradizione dell’assemblaggio finale di uve di parcelle diverse. Mi piace descriverlo come una sinfonia di strumenti musicali che insieme esprimono compiutamente il territorio: ogni vigneto viene trattato, vendemmiato e vinificato da solo, nel rispetto delle sue caratteristiche e poi, con progressivi assaggi e prove, si decide la composizione finale capace di esprimere le caratteristiche dell’annata e del territorio. La nostra impronta c’è ma è sullo sfondo, per armonizzare le singole voci in un tutto. Aleste in realtà è il mitico Cannubi Boschis, che a un certo punto tuo padre ha deciso di rinominare, dedicandolo ai tuoi figli (Ale e Ste). Un generoso passaggio di testimone generazionale che però avrebbe gettato nel panico qualunque consulente di marketing. Come è andata?

Mi fai parlare di una cosa che ancora mi commuove perché ricordo benissimo quando mio padre ci ha spiegato che voleva dedicare alle nuove generazioni – all’epoca in arrivo – la cosa più preziosa che aveva: il suo primo vigneto e il suo primo vino. Sulle prime, io e Luca eravamo un po’ spaesati perché cambiare nome al vino che tutti considerano il nostro simbolo era un rischio dal punto di vista comunicativo. La cosa che ho ritenuto giusto fare è stato passare tantissimo tempo in giro per spiegare in prima persona ai nostri distributori questa scelta: era importante per noi che tutti capissero che si trattava puramente di una scelta di cuore che non coinvolgeva l’identità del vino. Il Barolo è rimasto lo stesso: un vino vigoroso, diretto, pieno, pronto da subito, anche per via della maturazione “più spinta” del vigneto Cannubi Boschis, che sta più in basso rispetto agli altri vigneti, quindi in una zona un po’ più calda.

Le Vigne, invece, è più floreale, più morbido, prima ti abbraccia e poi conquista la tua attenzione. Sono due personalità complementari.

Sibi et paucis che progetto è e perché non avete voluto fare una classica riserva?

È un accantonamento delle nostre bottiglie che facciamo da circa quindici anni. Abbiamo iniziato con una piccola quantità aumentando progressivamente. I vini riposano in una cantina dedicata per otto anni, quindi per dieci anni in tutto (due in fusto e otto in bottiglia) perché è un progetto nato per valorizzare la capacità del Nebbiolo di crescere nel tempo e pensato per noi e per coloro che vogliono comprendere cos’è un Barolo dopo dieci o venti anni. La riserva nasce già in vigna, da appezzamenti che le vengono dedicati ma noi non volevamo avere appezzamenti “speciali”. Sibi et paucis è sempre il nostro vino, semplicemente tenuto da parte, per noi e per gli amici.

Per concludere, come hai visto cambiare la Langa in questi decenni.

È una domandona questa. C’è una questione che mi sta a cuore: a me non è mai piaciuta la distinzione fra tradizionalisti e modernisti, perché penso che abbiamo tutti le stesse radici, senza le quali oggi non saremmo qui. È una distinzione che ho sempre percepito come un’esigenza comunicativa, per spiegare in maniera semplice, schematica – a volte troppo – un territorio complesso come questo.

Più che di due poli distinti parlerei di evoluzione: in una storia come la nostra è normale che si attraversino diversi momenti evolutivi, che però nascono tutti dalla tradizione. Oggi mi sembra che siamo arrivati a un punto di equilibrio fra le diverse anime, fra chi ha sperimentato di più e chi invece non si è allontanato dalle origini. E mi sembra un’ottima cosa.

I fine wines fra investimento e collezionismo – Parte Seconda

Qualche tempo fa, nel nostro articolo “I Fine Wines tra Investimento e Collezionismo – Parte Prima” abbiamo affrontato una serie di aspetti legati all’appeal dei vini pregiati nei confronti di coloro che non mettono la degustazione di un vino, di un’annata o di un formato specifico necessariamente in cima alle loro preferenze ma che, invece, preferiscono concentrarsi su aspetti diversi che hanno sempre come comune denominatore il vino ricercato, famoso, limitato e per certi versi anche atto a divenire prodotto speculativo.

Come abbiamo visto, l’argomento vini pregiati presenta una serie di criticità da considerare ed affrontare prima di iniziare la propria attività di acquisto. Una volta completato l’iter preparatorio e rese disponibili le necessarie risorse del caso, ci si deve confrontare con la domanda più difficile: da dove cominciare?

Le risposte sono ovviamente molteplici, forse anche infinite: più ampia è la scelta e le potenziali combinazioni, più si palesa la necessità di applicare un necessario pragmatismo all’argomento per non farsi prendere la mano dal tentacolare mondo del vino da investimento.

Sebbene esistano una serie di strumenti a supporto di chi si avvicina a tale dimensione con l’idea di divesificare i propri investimenti, mettere in atto manovre speculative o a fini di genuino collezionismo, questi non sono sempre accessibili a tutti. Esistono infatti piattaforme dedicate alla compravendita di qualunque tipo di vino, anche pregiato, su base cartone o cassa completa, in quantità da limtate a grandi, dove giornalmente si confrontano venditori ed acquirenti di tutto il mondo per lo più legati al mondo B2B, in un contesto di barriere di costo all’entrata. Certo, si può sicuramente fare a meno di quanto sopra e seguire un approccio più semplice ed alla portata di tutti, tramite l’utilizzo di social o di siti dedicati che permettono il confronto tradizionale tra privati e non, anche sulla base di singole bottiglie. In aggiunta, vi è da tenere in considerazione come le dinamiche di compravendita tipiche dei privati possano differire in funzione del fine stesso dell’investimento, delle risorse disponibili, della propensione al rischio dei singoli oltre che di personalissime sensazioni, preferenze e considerazioni, proprie o fatte tali dal confronto con terzi o dalla pubblicazione di guide e punteggi della critica internazionale, storicamente con un ruolo più che rilevante nell’influenzare le scelte di chi investe risorse.

Essendo la materia quindi complessa ed approcciabile da più posizioni in funzione delle reali necessità del compratore, proveremo a semplificare l’argomento il più possibile, focalizzando la nostra attenzione sulla domanda più difficile sopra menzionata e condividendo parte della nostra esperienza maturata sul mercato italiano ed internazionale.

Inevitabilmente ciò porterà a focalizzare l’attenzione su alcune cantine a discapito di altre, sulla cui proposta non vi è nulla da obiettare e nei confronti delle quali non sussiste alcuna preclusione al di là di un dovere di sintesi per contenere la portata di questo nostro contenuto.

Partendo quindi dal Bel Paese e dalle sue innumerevoli produzioni vinicole d’eccellenza, suggeriremmo senza dubbio di focalizzare l’attenzione sulla sigla BBBA+, che non è un rating finanziario, ma solo un comodo acronimo che sta per “Brunello, Barolo, Barbaresco, Amarone” e che lascia il “+” all’interpretazione, oggi poco soggetta a fantasia e più concretamente legata a vini chiamati nella loro prima fase “Supertuscan” e che oggi, grazie agli sforzi di tanti vignaioli effettuati negli ultimi decenni, sono assorti a riferimento per quanto riguarda il vino italiano nel mondo. Iniziando la nostra analisi proprio da quest’ultima categoria, come non menzionare il vero vino iconico nazionale, ciò da cui tanto (tutto?) ebbe inizio, ovvero il Sassicaia di Tenuta San Guido. Nato negli anni sessanta per volere di Mario Incisa della Rocchetta, non vi è annata senza che vi si scateni una corsa all’acquisto in tutti i formati disponibili. Al di là di una qualità ed un’esperienza degustativa ai massimi livelli, il Sassicaia è forse il vino italiano più conosciuto (e scambiato) al mondo, sempre ai massimi livelli della critica internazionale e caratterizzato da una costante crescita delle sue valutazioni, anche a distanza di poco tempo dall’acquisto (che si raccomanda in sede di rilascio annuale, tipicamente tra primo e secondo trimestre di ogni anno).

Un nostro suggerimento spassionato per quanto riguarda il Sassicaia: raccomandiamo di utilizzare esclusivamente canali di acquisto ufficiali essendo anche, e purtroppo, il vino italiano più soggetto a contraffazione.

Ma se San Guido ha fatto grande Bolgheri, grazie al prezioso assist di Giosuè Carducci ed, in primis, della natura stessa, particolarmente generosa in questa parte alta della Maremma, l’avvicendamento tra due famiglie storiche per il vino italiano, Antinori e Frescobaldi, porta a due campioni del bolgherese, Masseto ed Ornellaia, tanto vicini in termini di proprietà quanto diversi come filosofia, terroir, stile produttivo e posizionamento di mercato.

Due etichette iconiche, mai sazie di conquistare il cuore di collezionisti, appassionati ed investitori, rifugio sicuro del capitale investito vista la sempre elevate domanda che li caratterizza ad ogni uscita sul mercato.

Una boutade vuole che un vino il cui nome si conclude in “-aia” sia caratterizzato da un’elevata qualità e sia, in poche parole, una sicurezza, una sorta di bene rifugio: al di là dei tanti altri, eccellenti, vini con la medesima desinenza, è al Solaia di Antinori che si deve guardare dopo gli altrettanto blasonati bolgheresi.

Un vino con caratteristiche ben distinte, proveniente da un territorio diverso come il Chianti Classico dove la Tenuta Tignanello beneficia di un terroir eccezionale sfruttato al meglio dalla famiglia Antinori nel produrre, da vigneti insistenti sulla medesima collina, due eccellenze come, appunto, Solaia e Tignanello, vini di rango nobile sempre fortemente richiesti sul mercato ed apprezzati dalla critica internazionale, talvolta anche con il massimo dei voti. Si sa, la Toscana è una fucina di grandissimi vini, ormai provenienti da molti territori a dimostrazione della vocazione di questa regione e delle grandi capacità dei vignaioli. La lista di cui sopra è senza dubbio riduttiva, non avendo lasciato il meritato spazio a cantine iconiche che negli anni si sono ritagliate un ruolo importantissimo, pensiamo a Montevertine, Fontodi, Bibi Graetz, Tenuta di Trinoro, Le Pupille, Castello di Ama, San Giusto a Rentennano, Castellare di Castellina, Le Macchiole, Petrolo, Isole e Olena, Tenuta di Biserno, Monteverro, Tua Rita, Ricasoli, Querciabella, solo per fare qualche nome di realtà che, con uno e più vini, sono riconosciute avere un appeal internazionale

Ma non si può parlare di Toscana senza considerare uno dei borghi medievali più noti nel mondo, quella Montalcino che è contraddistinta dall’essere la capitale del buon bere a base di Sangiovese Grosso, o Brunello.

L’argomento qui si fa senza dubbio vasto e quindi complesso: il Brunello di Montalcino è un vino che da tantissimi anni presenta uno standard qualitativo ai massimi, tanto che sempre più cantine simboleggiano ormai la cittadina, in un sano caleidoscopio fatto di tradizione e di innovazione, di vecchie e nuove generazioni che si passano in testimone fissando nuovi e sempre più ambiziosi traguardi.

Etichette come Biondi Santi, Casanova di Neri, Giodo, Poggio di Sotto, Fuligni, Siro Pacenti, Le Chiuse, Il Marroneto, Castiglion del Bosco, Salvioni, Livio Sassetti, Stella di Campalto, Gianni Brunelli, Pian dell’Orino, Le Potazzine, Castello di Romitorio, Le Ragnaie, Luce della Vite, Il Poggione e Case Basse di Soldera sono sono alcune delle etichette oggi protagoniste dell’offerta ilcinese che, di annata in annata e di riserva in riserva, mantengono alto il nome del capoluogo tra le folte schiere di pretendenti alle ambite bottiglie. Sebbene la Toscana svolge un ruolo chiave nel proporre un’estrema varietà di vini pregiati soggetti a continui acquisti ed investimenti, un’altra regione in grado di proporre una scelta veramente ampia in un fazzoletto di terra compreso tra i comuni di Barolo e Barbaresco, è il Piemonte.

Terra di grandi vini la Langa, con una grandissima tradizione e caratterizzata da una splendida evoluzione negli anni, tanto da proporre oggi un’offerta variegata che ben simboleggia il mix tra una ferrea tradizione ed una ben accetta rivisitazione del Nebbiolo, uva di riferimento nel tempo affiancata dalle altrettanto autoctone Barbera e, talvolta, Freisa.

Riuscire a rendere esaustiva una lista di consigli per l’investimento è impresa ardua in Langa, dove si rischia facilmente di far torto a tanti produttori eccellenti con vigneti appartenenti alla medesima MGA e fisicamente confinanti con quelli di cantine più blasonate, vista la frammentazione delle parcelle soprattutto in quelle zone particolarmente vocate (qualche esempio: Asili, Pajè e Rabajà a Barbaresco, Cannubi a Barolo, Rocche dell’Annunziata e Cerequio a La Morra, Villero e Bricco Boschis a Castiglione Falletto, Mosconi, e Bussia a Monforte d’Alba, Vignarionda e Falletto a Serralunga o Ravera a Novello).

La grande varietà e conseguente frammentazione delle parcelle implicano anche produzioni molto limitate in quei vigneti dove l’unica lingua parlata è la qualità estrema e dove le rese sono volutamente ridotte per estrarre il massimo da ogni singolo acino.

Un riferimento per tale modo di operare è sicuramente Giacomo Conterno, padre di uno dei vini riserva più famosi al mondo, ovvero il Monfortino, ed in grado di produrre opera uniche dai propri cru di Arione, Francia e Cerretta. Non è un eufemismo dire che vi è la fila per avere i vini di Conterno, anzi forse sarebbe da dire che la fila è doppia, se non tripla considerato l’interesse del mercato verso tutti i vini di Conterno a partire dalla sua Barbera d’Alba. Le Langhe hanno vissuto vari periodi in cui generazioni familiari si sono succedute una dopo l’altra, spesso lasciando una propria impronta indelebile nella storia del territorio e dell’offerta vinicola: è questo il caso della cantina Gaja, dove la quarta generazione guidata da Angelo ha decisamente cambiato l’enologia delle Langhe attraverso importanti innovazioni che hanno portato l’intera produzione di questa cantina ai massimi livelli mondiali, tanto da essere continuamente ricercata e scambiata.

Ogni produttore storico attivo tra Barolo e Barbaresco è custode della storia e dell’eccellenza di queste terre, vocate a vino di qualità noto in tutto il mondo: menzionarne uno piuttosto che un altro è impresa ardua, avendo a disposizione un mix di campioni assoluti. Nomi come Luciano Sandrone, Vietti, Bartolo Mascarello, Roberto Voerzio, Elio Grasso, Rinaldi, Paolo Scavino, Domenico Clerico, Giuseppe Mascarello, Bruno Giacosa, Aldo Conterno, Lorenzo Accomasso, Roagna, G.D. Vajra, Cavallotto, Pio Cesare, Burlotto o Borgogno sono tutte cantine che, nell’arco degli anni, hanno prodotto vini straordinari e che ancora oggi vedono una domanda per le loro eccellenze superare, e non di poco, l’offerta, spesso sempre più contenuta.

Pregi tra i produttori piemontesi ve ne sono tanti, difetti…beh, forse la troppa scelta!

Concludiamo la nostra carrellata tra i vini più rappresentativi dello stivale con una zona all’interno della quale svettano due campioni assoluti in grado di domare al meglio un vino così importante come l’Amarone della Valpolicella: Giuseppe Quintarelli e Romano Dal Forno: da sempre oggetto dell’interesse di collezionisti ed anche investitori, questi due produttori, che nel tempo sono stati affiancati da altre eccellenze che prendono sempre più piede sul mercato, rimangono due alfieri ben rappresentativi di un territorio vario, vasto, dove il mix di uve e le tecniche di affinamento permettono la realizzazione di vini eccezionali, e non parliamo solo di Amarone bensì anche di Valpolicella Superiore e Recioto.

Come introdotto nella premessa, il territorio italiano è sicuramente complesso e l’elevatissima qualità media del vino prodotto non rende per nulla facile un riassunto schematico di quelli che riteniamo, per certi versi, i campioni nazionali.

La nostra narrazione non ambisce infatti ad essere esaustiva, anzi ci aspettiamo di aver tralasciato nomi blasonati, che confidiamo non ce ne vogliano, e di aver sorvolato su tante zone emergenti di sicuro interesse e potenziale.

Speriamo comunque che il lettore possa beneficiare di questo nostro intervento, confermando la perpetua disponibilità da parte del Team di Winefully ad analizzare e comprendere appieno necessità ed aspettative dei nostri clienti.

Viticoltura eroica, un dialogo serrato tra uomo e natura

Quando si parla di viticoltura eroica il primo pensiero va a un concetto romantico di coltivazione della vite in condizioni estreme e quasi proibitive. L’interpretazione di per sé è corretta, tuttavia è interessante sottolineare che la definizione ha confini più precisi. Esistono infatti quattro requisiti specifici e la pratica agricola deve rispondere almeno a uno di questi perché si possa parlare di viticoltura eroica.

Il primo, quello per cui la definizione è principalmente conosciuta, riguarda le pendenze dei terreni, che devono superare il 30%. Questo naturalmente rende tutto più difficile. Per l’uomo, prima di tutto, che si trova a dover svolgere le diverse attività agricole affrontando salite e discese estenuanti. C’è poi un tema di meccanizzazione, o meglio di non meccanizzazione, visto che questo tipo di pendenze rendono praticamente impossibile lavorare con le macchine che generalmente vengono utilizzate nei contesti agricoli “canonici”. A questo si aggiunge un ulteriore fattore “eroico”, perché in genere le estensioni di questi vigneti sono limitate. Quindi non solo le difficoltà e la fatica si moltiplicano, ma la produzione dal punto di vista quantitativo è sempre esigua. Va da sé che il lavoro, fortemente orientato a un’elevata qualità, ha senso soltanto quando parliamo di terreni ad altissima vocazione. Il secondo requisito per poter parlare di viticoltura eroica è il fatto che la coltivazione avvenga su terrazze, o gradoni. Emblematico il caso della Valtellina, tra i più citati quando si parla dell’argomento, dove i terrazzamenti cesellano il fianco della montagna con un livello di cura e precisione unici al mondo. Capolavori come questi rappresentano una vera e propria sublimazione del fragile equilibrio tra uomo e natura. Se da un lato infatti l’industria agroalimentare, supportata dalle macchine, rappresenta in un certo senso il totale dominio degli esseri umani, nei contesti come quello valtellinese va in scena un dialogo serrato e costante. Si prende, si dà, niente è facile, e gli sforzi sono enormi anche per strappare alla roccia il più piccolo fazzoletto di terra.

Terzo requisito che abilita la parola “eroica”: l’altitudine. Più si sale in quota e più è complicato fare vino. Tuttavia esistono situazioni particolari dove una commistione di fattori tra cui la varietà del vitigno, l’abilità dell’uomo e il contesto territoriale rendono possibile la coltivazione della vite ad altitudini notevoli. In Val D’Aosta e Alto Adige non è raro trovare vigneti a 800, 900 e anche sopra i 1.000 metri, fino ad arrivare ai 1.350 dell’abbazia benedettina Marienberg, che si colloca tra le pochissime in Europa in grado di arrivare così in alto.

L’ultimo punto evidenzia come viticoltura eroica non significhi per forza contesto montuoso. Il quarto requisito, infatti, parla di “coltivazione su piccole isole”. Come quelle della Laguna di Venezia, ad esempio, dove l’acqua alta arriva a sommergere le vigne e la barca diventa il mezzo di trasporto protagonista in fase di vendemmia. Terreni sospesi tra acqua e terra, dove le radici delle piante lambiscono l’acqua salata del mare e la loro stessa vita è costantemente in discussione.

Per rimanere in tema con il contesto marittimo, ci sono casi in cui la presenza del mare convive con pendenze vertiginose. Ad esempio, le vigne dove viene prodotto il famoso Sciacchetrà, noto passito prodotto in Liguria nella zona delle Cinque Terre. Altro caso eclatante è quello del fiordo di Furore, vera e propria scheggia di Nord Europa conficcata in un contesto decisamente Mediterraneo. Stiamo parlando infatti della Costiera Amalfitana, dove a Furore la roccia è solcata da una profonda spaccatura ricoperta di uliveti, limoneti e vigneti. La realtà simbolo di questo incredibile angolo d’Italia è quella di Marisa Cuomo, che insieme ad Andrea Ferraioli conduce l’azienda da oltre quarant’anni. 10 ettari di superficie, di cui 3,5 di proprietà, molti dei quali coltivati sulle pareti rocciose a strapiombo sul mare. Ginestra, Pepella, Tronto, Sciascinoso… sono solo alcune delle varietà autoctone coltivate dall’azienda. La cantina, scavata nella roccia, gode della temperatura corretta senza necessita di alcun controllo.

Fiorduva Bianco è il vino più rappresentativo dell’azienda. Splendido blend delle tre uve prefillossera Fenile, Ginestra e Ripoli, trascorre sei mesi in piccole botti di rovere. Il 2019 si presenta con uno splendido giallo dorato e un ingresso avvolgente che rimanda alle note carnose dell’albicocca e del mango. In bocca mostra una progressione che apre a leggere speziature e a cenni di erbe aromatiche. Il finale è lunghissimo, scandito da sottili percezioni iodate. Sono proprio queste, più di tutto, a ricordare il contesto unico ed estremo in cui nasce questo vino, frutto di una viticoltura di altissimo profilo che valorizza luoghi dove nulla è scontato. In due parole, una viticoltura eroica.

di Graziano Nani 23.11.2021

Quindici anni in comunicazione, oggi Graziano Nani è Direttore Creativo di Doing. Sommelier Ais, scrive per Intravino e Vertigo Magazine, parte del network Passione Gourmet. Su Instagram è #HellOfaWine, dedicato alle eccellenze enologiche. Il suo wine blog è gutin.it, mescola storie e illustrazioni. Ama anche la cucina: racconta chef e vini del cuore con degustazioni a tema.

Piatti iconici e abbinamenti: il risotto alla milanese

Il profumo suadente e inconfondibile dello zafferano, la cremosità della mantecatura al burro che avvolge i chicchi di riso, la ricchezza umami data dalla generosa aggiunta di Parmigiano ma anche dal brodo di carne e volendo anche la grassezza avvolgente del midollo, che qualcuno ama aggiungere a fine cottura o fuori dal fuoco, già cotto a parte.

Il risotto alla milanese, o semplicemente risotto giallo allo zafferano, è un simbolo della cucina di casa delle grandi occasioni per la sua opulenza gustativa anticipata dal colore dorato dato dalla spezia, pur senza aggiungere la foglia d’oro come fece agli inizi degli anni ’80 il Maestro Gualtiero Marchesi rendendolo un’icona anche della nouvelle vague della cucina nostrana.

E se, secondo la leggenda, la sua origine sarebbe legata al Duomo di Milano – con l’apprendista Zafferano, grande amante e utilizzatore del color oro della spezia, che nel 1574 per ripicca finisce per metterla anche nel riso preparato in occasione delle nozze della figlia del maestro Valerio di Fiandra, artista fiammingo chiamato a realizzarne le magnifiche vetrate –, le prime menzioni della ricetta (con il riso però lessato, e non ancora cotto nel brodo) risalgono già al 1300. Mentre si deve aspettare l’800 per ritrovare delle preparazioni più vicine a quella che è stata codificata e tramandata ai giorni nostri, con il riso insaporito da grasso, midollo di bue, noce moscata, brodo e formaggio grattugiato. Il vino – ingrediente fondamentale per sgrassare e dare una lieve acidità al piatto – compare solo agli inizi del Novecento ad opera di Pellegrino Artusi, che propone appunto una variante della ricetta che utilizza il vino bianco, apprezzata da molti.

La preparazione del risotto giallo, più o meno canonica, entra di diritto nel novero dei grandi classici della cucina italiana e richiede una preparazione attenta fin nei minimi dettagli, a cominciare dalla scelta del riso che dovrebbe essere preferibilmente Carnaroli, o Vialone Nano, e dall’uso di zafferano in pistilli. Altrettanta cura, allora, richiede la scelta di cosa abbinarvi nel bicchiere.

Che si tratti della versione con o senza ossobuco, la scelta più indicata è senza dubbio un vino rosso di stoffa, sufficientemente maturo e di buon corpo ma con una sua eleganza, magari a base nebbiolo. Per esempio, il carattere intenso e i tannini vellutati del Gattinara Vigna Molsino di Nervi – il cui nome, in dialetto piemontese, significa “morbido” – potrebbe accompagnare egregiamente la versione “base” del piatto. Ottenuto da una vigna incastonata in un anfiteatro naturale ai piedi delle Alpi piemontesi, mostra al naso belle note floreali e di frutta rossa con qualche accenno speziato mentre in bocca è setoso, di grande beva, con un finale fruttato e incredibilmente sapido.

La presenza del midollo potrebbe invece far dirigere la scelta su un’etichetta altrettanto iconica e avvolgente come il Barolo Francia di Giacomo Conterno, un vero monumento di eleganza e fascino tutto piemontese. Al naso si avverte subito la sua complessità, con sentori di piccoli frutti rossi (qualcuno vi ritrova addirittura qualche accenno all’anguria) accompagnati da un profilo mentolato e minerale. In bocca è potente ed elegante allo stesso tempo, molto equilibrato, morbido ma con un finale sapido e fresco che invita al boccone successivo. ]L’alternativa un po’ fuori dai canoni potrebbe essere rappresentata da una bella bolla, con il perlage a  contrastare in maniera piacevole la cremosità e la grassezza del risotto. In questo caso però il suggerimento è di puntare su un Blanc de Noirs o comunque su un vino con una base importante di Pinot Nero.

Si va di certo sul sicuro stappando una bottiglia di Dom Pérignon Vintage 2010 in cui si fondono freschezza, mineralità e avvolgenza, unite a una persistenza notevole. Frutto di un’annata resa difficile da piogge improvvise, in cui la maestria della Maison ha saputo preservare le caratteristiche del pinot noir che qui affianca lo chardonnay al 50%, è fresco al naso – con note di fiori e frutta tropicale – ma ricco e intenso al palato che viene accarezzato da note speziate e pepate e da un affascinante finale salino.

Ma andrà benissimo anche optare per un Franciacorta Docg come il Vintage Collection Dosage Zèro Noir 2011 di Ca’ del Bosco, Pinot Noir in purezza dal perlage finissimo e persistente e il sorso pieno ma dalla grande bevibilità con ricordi di erbe aromatiche e spezie e una nota leggermente fumé a completare il profilo di frutta tropicale e agrumi.

– Luciana Squadrilli 16.11.2021

Luciana Squadrilli è giornalista professionista specializzata nell’enogastronomia, collabora con guide e testate italiane e straniere raccontando il lato più buono dell’Italia (e non solo). Editor di Food&Wine Italia e food editor di Lonely Planet Magazine Italia, si occupa con particolare attenzione di pizza e olio, adora lo Champagne ed è autrice di diversi titoli tra cui La Buona Pizza (Giunti) e Pizza e Bolle (Edizioni Estemporanee).

ALTRE NEWS

I passiti secchi tra grazia e maestosità

Quando si parla di passiti il primo pensiero va spesso a vini dolci nati da un processo di appassimento. Esistono però casi di vini passiti secchi, ovvero privi di residuo zuccherino o quasi. I due esempi italiani più noti sono quelli dell’Amarone della Valpolicella e dello Sforzato di Valtellina, accomunati da un processo produttivo del tutto analogo e da un impatto nel bicchiere altrettanto assimilabile. Il punto cardine è quello dell’appassimento dell’uva, con perdita di peso e relativa concentrazione che vanno a elevare in potenza struttura e forza espressiva, oltre a incrementare il tenore alcolico. Esiste però un tema ulteriore legato a trasformazioni profonde che avvengono nell’acino e vanno oltre la perdita d’acqua e la concentrazione degli zuccheri.

Durante le fasi di appassimento, infatti, acidi e polifenoli partecipano a una serie di trasformazioni complesse. Determinate classi di composti, responsabili di alcune note complesse come quelle boschive e più genericamente legate alla terra, si attivano specificatamente proprio nell’uva appassita. Senza contare che in molti casi la ricchezza degli acini è ulteriormente accresciuta dall’apporto nobile della botryris cinerea, elemento scatenante e principale responsabile della magia dei vini muffati. Lo Sforzato in particolare viene prodotto in Valtellina dalla lavorazione di uve Nebbiolo, fatte appassire su graticci in fruttai dalla perfetta areazione per circa tre mesi. Il Nebbiolo, in questa vallata, prende il nome di Chiavennasca, una variante che si esprime in una versione alpina distinguendosi per la spiccata freschezza e mineralità. Se i vini valtellinesi si caratterizzano dunque per il loro profilo sottile, lo Sforzato, con il suo vigore, ne rappresenta il nobile contraltare, tanto da creare spesso più di un interrogativo per quanto riguarda gli abbinamenti. Selvaggina? Brasati? Formaggi a pasta dura? Tutte strade percorribili, purché il piatto abbia sufficiente struttura per “reggere” l’accostamento.

Discorsi del tutto simili valgono anche per l’Amarone, il vino icona della Valpolicella. Strepitoso caso di serendipità, è infatti soprannominato “Recioto Scapà” proprio perché deve la sua scoperta alla disattenzione di un cantiniere. Si narra che alcune botti di Recioto, che infatti è un vino dolce, vennero scordate in fermentazione fino all’esaurimento completo degli zuccheri, dando vita incidentalmente all’Amarone. Le uve storiche con cui viene prodotto sono Corvina, Corvinone e Rondinella, a cui è possibile aggiungere altre uve locali e non.[ La raccolta viene fatta utilizzando cassette da circa 7 chilogrammi, dopo una rigorosa selezione dei grappoli. L’appassimento avviene nei fruttai in collina, dove si sfruttano la buona ventilazione e la scarsa umidità. Il processo, che dura tra i tre e i quattro mesi, si può svolgere su stuoie, tavole di legno o sui tradizionali graticci chiamati “arele”. Il risultato è un calo del peso dei grappoli tra il 30% e il 40%. Si procede quindi a una pigiatura soffice, con o senza diraspatura, e a una lunga macerazione, finalizzata alla miglior estrazione di tannini e pigmenti. La fermentazione è lenta e può protrarsi fino a novanta giorni. L’Amarone riposa poi almeno due anni in legno, barrique o comunque botti di rovere. Il risultato è un vino potente e strutturato, caratterizzato da una marcata impronta glicerica e un titolo alcolometrico importante che si attesta in genere tra il 15% e il 16%.

L’Amarone ha saputo ritagliarsi negli anni un palcoscenico internazionale di altissimo profilo e tra i produttori di culto spicca certamente Romano Dal Forno. All’età di ventidue anni, l’incontro con il leggendario Giuseppe Quintarelli segna la via verso una ricerca della qualità assoluta, quasi ossessiva. La versione 2013 dell’Amarone Monte Lodoletta è un monumento di smisurata energia a questa tipologia di vino nella sua espressione più nobile.

Quattro mesi di appassimento, sessanta mesi di barrique, esprime già al naso tutta la sua maestosità con sentori di succo di mirtillo cui fanno da contrappunto le note di cacao amaro. Il sorso è sontuoso, materico, sottilmente terroso. Un polo sul frutto, con la prugna e il lampone in primo piano, un secondo polo su note scure di liquirizia, un terzo polo sui toni caldi del cuoio. La ricchezza di Monte Lodoletta è strabordante e il ventaglio apre ulteriormente su una miriade di altre suggestioni raffinate tra cui spicca il tartufo bianco, punto d’incontro sublime tra lo scuro della terra e il chiaro di sensazioni raffinatissime. E proprio questo caleidoscopio, che apre generosamente a nuove nuance senza soluzione di continuità, porta a pensare che forse il posto giusto per un vino come questo non è tanto accanto a un piatto quanto a fine pasto, per conto proprio. Quando il clangore di piatti e stoviglie lascia spazio al suono dolce delle chiacchiere senza fretta, e il piacere più grande è quello di prendersi tutto il tempo che serve.

di Graziano Nani 21.01.2021

Quindici anni in comunicazione, oggi Graziano Nani è Direttore Creativo di Doing. Sommelier Ais, scrive per Intravino e Vertigo Magazine, parte del network Passione Gourmet. Su Instagram è #HellOfaWine, dedicato alle eccellenze enologiche. Il suo wine blog è gutin.it, mescola storie e illustrazioni. Ama anche la cucina: racconta chef e vini del cuore con degustazioni a tema.

Benanti: avanguardia etnea

Salvino Benanti, insieme al fratello Antonio, si occupa da alcuni anni dell’azienda agricola fondata dal padre Giuseppe negli anni Ottanta. Dagli inizi fino ad arrivare al nuovo corso inaugurato con il cambio generazionale, abbiamo chiesto a Salvino di ripercorrere la storia di una realtà che ha contribuito in maniera determinante alla rinascita vitivinicola dell’Etna, diventando un punto di riferimento per tutto il territorio.

La vostra è una storia di famiglia ancora prima che aziendale, impossibile quindi non iniziare da qui. Ci racconti come e quando tuo padre ha scelto di occuparsi di vino?

Faccio un piccolo excursus storico: la mia famiglia si è trasferita da Bologna in Sicilia nel Settecento, da allora abbiamo sempre avuto terreni e, in qualche misura, un rapporto con il mondo agricolo. Poi, ai primi del Novecento, il mio bisnonno divenne uno dei primi farmacisti di Catania. L’attività venne portata avanti da mio nonno Antonio, che si inventò, nel vero senso della parola, alcune formulazioni originali nel retrobottega della sua farmacia. Da quelle invenzioni è nata un’azienda vera e propria che ancora oggi esiste e che ha un fatturato molto importante. Ho fatto questa premessa perché, per molti anni l’attività principale di famiglia è stata questa e la campagna e le vigne erano soprattutto una questione di passione e di tempo libero. Solo alla metà degli anni Ottanta mio padre decise di rimettere in attività in maniera seria e meditata la parte agricola.

Quale è stata la molla che lo ha portato a immaginare un progetto come quello della vostra cantina, per molti aspetti visionario per quegli anni sull’Etna?

Credo che, arrivato a un certo del suo percorso, mio padre sentisse la necessità di fare qualcosa di interamente suo, anche se più piccolo rispetto all’azienda farmaceutica. Sicuramente ha avuto ruolo indiretto il suo lavoro, che lo ho portato a viaggiare molto e ad avere una mentalità aperta e cosmopolita. Questa mentalità unita al forte legame affettivo con la terra, gli ha fatto venire voglia di fare qualcosa di altamente qualitativo sull’Etna, sul modello di tante cantine che aveva visitato all’estero. Aveva il desiderio di valorizzare tutto il potenziale che c’era qui ma al quale era sempre mancata una visione imprenditoriale di un certo tipo.

C’è anche un altro aspetto: mio padre per circa vent’anni ha continuato a portare avanti tutte e due le professioni e il fatto di avere alle spalle un solido lavoro imprenditoriale gli ha dato la possibilità di investire e sperimentare, prendendosi tutto il tempo necessario per farlo. Non aveva la necessità di guadagnare da subito come produttore di vino.

A parte l’approccio imprenditoriale che dicevi, rispetto al panorama enologico di quel periodo, cosa ha portato lui che ancora non c’era?

Diciamo che il mondo del vino dell’Etna era molto embrionale all’epoca, c’erano due o tre realtà di grande qualità, che però lui voleva “sfidare”. È stato il primo a puntare con convinzione sulla DOC dell’Etna e sull’internazionalizzazione. E, cosa nuova qui in quegli anni, ha messo in piedi un gruppo di lavoro importante con figure locali di grande esperienza ma anche con consulenti che venivano da fuori, dalla Borgogna e dalle Langhe soprattutto.

Tutti noi, qui, gli dobbiamo qualcosa perché ha avuto un’intuizione e l’ha portata avanti, mosso solo dalla passione. Anche quando gli stessi consulenti gli suggerivano di investire sui vitigni internazionali, mio padre ha sempre insistito perché il focus fosse tutto sui vitigni autoctoni: il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio e il Carricante. Anche se il disciplinare ammette il Catarratto, che è stato importato dal resto della Sicilia ormai tantissimo tempo fa, noi utilizziamo da sempre come uva a bacca bianca esclusivamente il Carricante perché dal nostro punto di vista esprime una tipicità più marcata e genuina.

Tu e tuo fratello Antonio avete affiancato vostro padre nella gestione della cantina circa una decina di anni fa, per poi subentrare a lui. In questo passaggio di testimone generazionale è evidente una continuità dal punto di vista dei valori e della visione ma ti chiedo anche cosa avete portato di vostro in azienda e che cifra state cercando di imprimerle.

A livello personale, ti direi che abbiamo seguito un percorso simile a quello di nostro padre: arrivati intorno ai quarant’anni, proprio come lui, abbiamo sentito il bisogno di fare qualcosa di diverso, più semplice e più legato alla terra. Abbiamo maturato progressivamente l’idea di dedicarci solo all’azienda agricola e per questo, d’accordo con lui, siamo arrivati alla decisione di cedere totalmente la nostra parte dell’azienda farmaceutica per diventare contadini moderni a tempo pieno, diciamo così.

Per il resto, il momento in cui noi siamo entrati in cantina è molto diverso da quello che ha vissuto papà, che ha iniziato da solo, per molto tempo ha lavorato da solo e ha visto anche la situazione sull’Etna cambiare molto con l’arrivo di nuovi investitori. Noi, invece, siamo arrivati in una fase in cui tutto era molto più definito e venendo da una formazione manageriale è stato per noi relativamente facile analizzare lo status quo e capire dove e come intervenire. Siamo stati aiutati, credo, anche dal fatto di essere meno coinvolti emotivamente, per questo abbiamo potuto fare le nostre valutazioni con una certa razionalità.

Da queste riflessioni e da un lungo periodo di studio sono nate alcune scelte: cedere alcuni terreni e acquistarne altri, ammodernare la cantina con tecnologie più evolute, ripensare il sistema delle nostre etichette e far crescere il nostro enologo. Enzo Calì è in azienda da quando si è diplomato ma prima era affiancato da consulenti, oggi è l’unica figura di riferimento. Adesso, abbiamo una struttura che per noi è quasi quella definitiva e che ci ha permesso di reggere molto bene anche in quest’anno così difficile per via della pandemia.

Dicevi che siete intervenuti sul sistema delle etichette, in che modo?

L’obiettivo è stato quello di dare maggiore intelligibilità al nostro portfolio, che rispecchiava molto il carattere eccentrico di nostro padre. Lui ha iniziato, per inclinazione personale, con vini dal lunghissimo affinamento: Pietra Marina, Serra della Contessa e il suo gemello sul lato Nord, il Rovittello – le nostre icone insomma – sono nati subito. Poiché questi sono vini di nicchia, sia per la loro complessità, sia per una questione di fascia di prezzo, nel tempo, ha ampliato l’offerta con vini più semplici da approcciare. In questo modo, però, si è creata una polarizzazione: da un lato le etichette da beva più semplice per un pubblico più ampio, dall’altro, i vini da collezione, senza nessuna sfumatura in mezzo.

Noi abbiamo cercato di riempire questo vuoto, ripensando contemporaneamente i due poli: abbiamo spinto ancora più su le tre Icone – allungando l’affinamento da tre a cinque anni e facendo diventare riserva il Serra della Contessa e il Rovittello – e abbiamo alleggerito i base (che oggi chiamiamo i Tradizionali) rispetto all’impostazione di nostro padre, che proprio non riesce a concepire vini che non stiano una vita in cantina!

Ora sono più snelli: sono dei vini di grande tipicità, non ruffiani, dove il vitigno emerge con forza e semplicità. Sono anche vini longevi ma chiaramente sono concepiti per uscire ogni anno e per un consumo quotidiano.

La fascia di mezzo è rappresentata dalle Contrade.

Sì, esatto. Sono una sorta di mappa organolettica delle tipicità dell’Etna, perché in questo caso vinifichiamo per zone e quindi osservando la DOC, da nord, est, sud, sud ovest, si incontrano vari vigneti e ognuno produce un rosso o un bianco o a volte entrambi. È una linea che permette di apprezzare – in senso orizzontale – le sensibili differenze fra le diverse zone ed è destinata a crescere nei prossimi anni.

Tornando per un attimo alle due Icone Serra Della Contessa Particella No. 587 e Rovittello Particella No. 341: da qualche anno applicate una sorta di zonazione estrema, perché lavorate su singole parcelle, come riportano anche le due etichette.

Sì, sono vini riserva che provengono da vigne vecchissime, fanno cinque anni di affinamento e sono prodotti in quantità estremamente limitata. Li rilasciamo dal 2015 con l’idea che le persone li comprino non per consumarli subito ma per lasciarli in cantina per almeno altri cinque o sei anni, perché sono vini che si possono apprezzare pienamente quando raggiungono un livello di maturazione elevato. Il nostro desiderio è che il collezionista si possa costruire, progressivamente, la sua personale verticale.

In questo percorso come si inserisce il vostro recente studio sui lieviti indigeni?

Da buon perfezionista e chimico, nostro padre, a un certo, ha ritenuto che fosse giunto il momento di abbandonare i lieviti commerciali in favore di qualcosa di autoctono. Abbiamo suoli così diversi dal resto della Sicilia, per giunta figli di un vulcano ancora attivo, i nostri vitigni sono autoctoni: è un controsenso lavorare con lieviti che possono essere utilizzati per fare qualunque altro vino in qualunque parte d’Italia. Cercavamo un lievito che fosse tanto stabile da assicurare una vinificazione perfetta ma che preservasse le qualità organolettiche dell’uva, senza aggiungere nulla di alloctono. Nostro padre ha progettato lo studio e poi la realizzazione è avvenuta in collaborazione con l’Istituto Regionale della Vite e del Vino.

Come siete arrivati al risultato finale?

È stato tutto molto semplice ma anche meticoloso e scientificamente impeccabile. Siamo andati, a fine fermentazione, nelle cantine dei contadini che ancora producono vino, per recuperare dalle loro vasche di pietra lavica – i tradizionali palmenti – quello che era rimasto sulle pareti. In questo modo abbiamo isolato centinaia di ceppi, che sono stati replicati in laboratorio e successivamente usati per fare micro-prove di vinificazione. Partendo da questo lavoro preliminare, alla vendemmia successiva abbiamo isolato decine di parcelle di mosto e le abbiamo fatte fermentare con lieviti diversi per capire come lo stesso mosto si comportava in differenti situazioni. Al termine di questa lunga fase di test siamo arrivati ad avere solo quattro lieviti, quelli che più ci hanno convinti. Questi sono a tutti gli effetti i nostri lieviti: uno per ognuno dei due Nerelli, uno per il Carricante e uno per i due spumanti.

Abbiamo raggiunto l’equilibrio che cercavamo: una fermentazione impeccabile, non spontanea, che parte, però, da un lievito super indigeno, per avere un vino molto tipico e territoriale. La vinificazione controllata gli conferisce uno stile fatto di eleganza, purezza e discrezione. Vogliamo, infatti, che i nostri non siano vini potenti e esplosivi ma di grande finezza.

Tornando a guardare al territorio, forse la fase più strettamente sperimentale è superata ma senz’altro sull’Etna c’è ancora tanta vivacità. Come vedi il futuro?

Ovviamente la pandemia ha cambiato moltissimo il contesto di riferimento e rallentato la crescita di tutti. Adesso ci aspettano, credo, anni di consolidamento. In prospettiva ci saranno, secondo me, meno piccolissimi produttori e più realtà medio-grandi. Si tratta anche di un passaggio fisiologico, perché alla fine la nostra è una piccola DOC e ci sono già quasi 200 cantine. Per poter affrontare un mercato sempre più competitivo è necessario essere adeguatamente strutturati, dal punto di vista finanziario e da quello dell’approccio: si deve continuare a essere romantici ma non si può più improvvisare, bisogna avere capacità di investire, essere molto coerenti in tutto – nelle piccole e nelle grandi cose – e darsi un orizzonte ampio. Chi ha le spalle più larghe, ha più strumenti per far fronte a tutto questo. E del resto è inevitabile procedere in questa direzione se davvero la nostra DOC si vuole confrontare alla pari con le grandi realtà internazionali.

In tutto questo, la cosa bella dell’Etna è che si è creato una sorta di movimento di giovani produttori, tutti molto appassionati e perbene che credono nel lavoro di qualità e che fanno gioco di squadra. E questo è importantissimo: lavorare non solo per sé ma anche per la valorizzazione dell’intero territorio rende più forti tutti noi.

Redazione 11.01.2021

Cambiamenti climatici: la resilienza delle bollicine di montagna

“Non ci sono più le stagioni di una volta” dice la saggezza popolare, ma modi di dire a parte, il cambiamento climatico è sicuramente un fatto di attualità che costantemente trova conferma nel nostro quotidiano. Il professor Attilio Scienza, docente di viticoltura all’Università Statale di Milano e noto esperto internazionale del settore, lo etichetta come un fatto ormai inconfutabile. Gli studi si sprecano e alcune delle previsioni più allarmanti prevedono che fra cent’anni la Sicilia sarà un deserto e che la Pianura Padana avrà le stesse temperature dell’attuale Pakistan, con tutte le conseguenze del caso. In un mio recente viaggio nel territorio della Mosella tedesca un produttore mi disse che, se quarant’anni fa portare a maturazione perfetta le uve era un’operazione che riusciva due o tre annate ogni decennio, con il nuovo millennio questo accade praticamente a ogni vendemmia senza nessun problema.

Sono tante le conseguenze che questo stravolgimento climatico porterebbe con sé. Il caldo eccessivo conduce inevitabilmente ad un calo dell’uva prodotta, espone la vite ad un maggior rischio di contrarre malattie e forse potrebbe anche portare all’insorgere di alcune nuove patologie nel futuro, a noi ancora sconosciute in campo agronomico. Le alte temperature, soprattutto in fase di vendemmia, creerebbero scompensi dal punto di vista dei profumi del vino portando ad uno sviluppo aromatico incompleto, causato dell’alterazione dei tempi di maturazione, fino al rischio di scomparsa di alcune varietà. Soprattutto quelle con una limitata capacità di adattamento come il Pinot Nero.

Anche la struttura generale dei vini risentirebbe di questi cambiamenti, il profilo organolettico metterebbe in evidenza degli aromi più maturi ed evoluti mentre la struttura, arricchita da un aumento medio dell’alcol, ci riporterebbe ad uno stile ricco e concentrato simile a quello di 20/25 anni fa che da qualche anno abbiamo (finalmente, direi) dimenticato. Ma è tutto così nero? Questo scenario appare decisamente sfavorevole per il produttore ed ancor più per l’appassionato, ma per rincuorarli bisogna dire che la natura ha sempre dimostrato di avere mille risorse e che la vite, nello specifico, evidenzia tra le sue caratteristiche principali la capacità di adattamento come fattore determinante per la sua sopravvivenza. La pianta in parte sa, quindi, compensare questi mutamenti climatici e se aggiungiamo il fatto che l’esperienza dell’uomo porterà (e sta già portando) a un adattamento dei metodi di coltivazione, ecco che tutto ricomincia a prendere colore e che lo scenario riappare improvvisamente meno buio. Anche la tecnologia e la ricerca possono risultare determinanti in questo percorso. La prima può contribuire con lo sviluppo di sistemi sempre più evoluti in termini di prevenzione, ad esempio individuando singolarmente le piante in sofferenza grazie ai droni, oppure portando allo sviluppo di sistemi di irrigazione sempre più evoluti. La ricerca può aiutare, sostiene sempre il professor Scienza, in tanti altri modi: utilizzando sesti d’impianto più distanziati in modo da favorire lo sviluppo in profondità delle radici, delocalizzando i vigneti in zone collinari, nell’entroterra, vicino alle coste o soprattutto in quota.

Non ultima, anche la genetica può risultare utile in questo percorso. Il miglioramento dei portainnesti (che non si sono praticamente più evoluti dai tempi della fillossera) e la selezione di viti più resistenti alle alte temperature e capaci di conservare le acidità nei grappoli nonostante il calore, possono essere aiuti determinanti.

Da trentino, posso testimoniare come negli ultimi anni la scelta di innalzare la quota dei vigneti sia stata una scelta vincente in questo contesto e sia sempre di più la tendenza del momento. L’altitudine è uno dei fattori determinanti per i quali questi scenari introduttivi, che potrebbero spaventare più di un lettore, appaiono meno preoccupanti. La media degli impianti utilizzati per la produzione del Trentodoc supera i 450/550 mt e raggiunge le quote massime poco sotto i 900 mt di elevazione. Qui le escursioni termiche garantite dalle Dolomiti, la grande esposizione ai venti sui ripidi pendii e il clima fresco del periodo di vendemmia sono dei validi alleati ,che si sommano a tutto quanto già raccontato nelle riflessioni precedenti. La produzione del Trentodoc ne è il più chiaro esempio: le uve raccolte in quota presentano aromi ricchi e maturi, le acidità sono perfettamente conservate e permettono di sostenere affinamenti sui lieviti molto lunghi, alle volte superiori alla decina di anni. Ecco quindi che l’appellativo di “bollicina di montagna” si addice perfettamente ai caratteri che il territorio riesce ad imprimere. Parlando di Trentino è impossibile non citare il percorso – storicamente lungimirante e innovativo – di Ferrari: la cantina fondata dal pioniere del Metodo Classico, Giulio Ferrari, già più di cento anni fa aveva intuito il potenziale del nostro territorio e, ormai da tempo, ha certificato la sua produzione come totalmente biologica, sviluppando recentemente impianti nuovi che sfruttano l’elevazione del territorio.

L’esempio virtuoso del Trentino è, naturalmente, solo uno dei tanti che si possono trovare nel panorama produttivo, ma è quello che conosco meglio. Ovviamente la speranza è quella che il riscaldamento del pianeta non continui con il passo degli ultimi anni, che la sensibilità dell’uomo porti alla tutela dell’ambiente – prima – e allo sviluppo di una serie di accorgimenti che ci permettano di assaggiare vini sempre più espressione del territorio, avendo sempre ben chiara la consapevolezza che alla natura non si comanda, se non assecondandola.

– di Roberto Anesi 22.07.2020

Sommelier e ambassador di Trentodoc, Roberto Anesi vive a Canazei, dove si occupa del suo ristorante El Pael. Nel 2017 ha ricevuto il premio come miglior sommelier d’Italia AIS.

Le carte del vino. Atlante dei vigneti del mondo

La storia del vino e la sua geografia in 100 cartine d’autore

Una pubblicazione di Slow Food Editore del 2018 che è già, a suo modo, un piccolo classico per gli appassionati e gli addetti ai lavori. 

Le carte del vino, infatti, è un accuratissimo atlante storico-geografico che racconta la diffusione della vite e dei diversi vitigni nel mondo: dalla Georgia all’Italia, dalla Francia agli Stati Uniti, senza dimenticare la Spagna, l’Uruguay, il Giappone, il Sudafrica e anche luoghi solitamente trascurati dalle mappature come Tahiti o il Kazakistan. 

Un’ampia panoramica attraverso ottomila anni di storia e cinquantasei paesi per ripercorrere, luogo per luogo, la storia dei vitigni e la loro evoluzione, le denominazioni e le caratteristiche essenziali dei loro vini, fino ad arrivare alla situazione del presente, con dati sulla produzione e spunti degustativi. Tutto questo sotto forma di atlante, quindi attraverso cento cartine geografiche splendidamente illustrate. Il libro è firmato da Adrien Grant Smith Bianchi e Jules Gaubert-Turpin, due studiosi appassionati di vino e cartografia che hanno scelto di raccontare il terroir dalla prospettiva delle mappe e della geografia. Le illustrazioni sono del primo, i testi del secondo.

Adrien Grant Smith Bianchi e Jules Gaubert-Turpin, Le carte del vino. Atlante dei vigneti del mondo, 2018, Slow Food Editore

– Redazione 28.07.2020

Quattro libri da regalare a veri wine lovers

Regalare un’ottima bottiglia è sempre una buona idea, su questo non c’è il minimo dubbio ma se volessimo affiancarle una buona lettura, capace di arricchire ulteriormente l’esperienza di chi la riceve in dono? Abbiamo selezionato per voi alcune idee regalo, perfette (secondo noi) per far felice il vero appassionato, quello che il vino ama berlo ma anche studiarlo e comprenderlo.

Cogli l’acino. I grandi vitigni del mondo in un sorso (EDT, 2020) di Maryse Chevriere è un gradevolissimo e agile manuale per chi vuole approfondire in modo facile e non eccessivamente tecnico il mondo del vino, partendo dal suo elemento base: l’uva. Il libro, infatti, ci accompagna in una ricognizione attraverso le trentatré principali varietà viticole internazionali – dallo Chardonnay al Sauvignon Blanc, dal Gewürztraminer al Trebbiano, dal Syrah alla Grenache, dalla Barbera al Petit Verdot, dal Mourvèdre al Sangiovese – per mostrarci come la stessa varietà assume un carattere e sfumature diverse se allevata in luoghi diversi.

La descrizione di ogni vitigno è accompagnata da informazioni sulle sue diverse declinazioni territoriali e da suggerimenti sulle modalità di degustazione. Una sorta di prontuario facile da consultare per chi si avvicina per la prima volta a questi argomenti ma altrettanto utile per chi la materia già la conosce e desidera uno strumento di consultazione veloce da tenere sempre a portata di mano. Il respiro del vino (Mondadori, 2018) nell’arco di pochi anni è già diventato un piccolo classico della letteratura enologica di casa nostra con la firma di Luigi Moio, professore di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, consulente enologo di tante importanti cantine e a sua volta produttore con il bel progetto di Quintodecimo. Il libro è il condensato di vent’anni di studio sugli aspetti sensoriali e biochimici dell’aroma del vino e si concentra su ogni singola componente del suo profumo per raccontarci, in modo scientificamente rigoroso ma allo stesso tempo narrativo, quanto potere sensoriale è racchiuso nel gesto semplice di accostare il naso al bicchiere. Una lettura affascinante che può davvero cambiare il modo in cui assaggiamo e “leggiamo” il vino che beviamo.

The 100 Burgundy: Exceptional Wines To Build A Dream Cellar (2019) edito da Assouline – editore da sempre sinonimo di eleganza e alta cultura – e firmato dalla Master of Wine Jeannie Cho Lee, è una raffinata guida ai migliori vini e ai più importanti domaine di quella terra mitica per tutti gli appassionati che va sotto il nome di Borgogna. Una mappatura puntuale ed estremamente accurata che ruota attorno ai 100 vini eccezionali, fra nomi storici e talenti emergenti, che non dovrebbero mancare nella cantina di un amatore.[

Concludiamo con un altro libro di Assouline che è a sua volta un prezioso oggetto da collezione: The Impossible Collection of Wine, dove il grande sommelier Enrico Bernardo si cimenta nell’impresa di disegnare la cantina perfetta del collezionista perfetto, attraverso una ricognizione fra i vini più ambiti e desiderati del mondo. Annate leggendarie, etichette mitiche e cantine che hanno fatto la storia dell’enologia internazionale vengono celebrate in questa lista ideale e “impossibile” che fa sognare ad occhi aperti. Il libro ha un formato oversize e una veste preziosa, come le storie che racconta.

– Redazione 18.12.2020

Con Cecilia Leoneschi alla scoperta di Castiglion del Bosco e Tenuta Prima Pietra

L’enologa delle due aziende di proprietà di Massimo Ferragamo ci racconta il suo lavoro, in equilibrio fra memoria storica e futuro, fra territorialità e dimensione internazionale.

Prima di tutto, ci vuole raccontare un po’ di sé e di come si è avvicinata al mondo del vino?

Come dico spesso, il mio non è stato un incontro con il mondo del vino perché, in qualche modo, ci sono cresciuta dentro. Mio padre si è sempre occupato della parte viticola ed era socio di un produttore della nostra zona, quella di Morellino di Scansano. Non abbiamo mai lavorato insieme ma mi ha trasmesso indirettamente la passione, perché l’ambiente in cui vivevamo era quello: gli assaggi, gli incontri con produttori, le vigne. Ho assorbito tutto in maniera naturale, senza quasi accorgermene. Quando ho iniziato a studiare e poi a fare pratica mi sono resa conto che alcuni aspetti di questo lavoro li conoscevo già perché li avevo visti da sempre e interiorizzati. Insomma, non è stata tanto una scelta quanto un punto d’arrivo naturale, direi che più che altro sono stata brava ad assecondare le mie inclinazioni.

Lei è enologa delle due tenute fin dall’inizio, come è nato l’incontro con Massimo Ferragamo?

Uno suoi dei collaboratori – che già conoscevo – mi contattò perché stavano cercando un enologo interno per Castiglion del Bosco. Ovviamente l’idea di lavorare a Montalcino – io all’epoca ero impegnata a Montepulciano – su un progetto nuovo, per giunta, mi ha subito stimolata. È stato abbastanza particolare quello che è accaduto il giorno dell’incontro. Arrivata lì, ho pensato di aver sbagliato posto. I tornanti, la strada bianca, il bosco tutto intorno: non capivo dove potessero essere i vigneti. Poi a un certo punto, sempre convinta di dover tornare indietro, ho scorto in mezzo al bosco questa bellissima lingua di vigneti. Sono rimasta incantata. Credo di aver fatto la mia scelta in quel momento.

Sembra che sia stato il luogo a scegliere lei e non viceversa.

È stata sicuramente una decisione d’istinto. Non dico che tutto il resto è passato in secondo piano perché, naturalmente, c’era il progetto, una proprietà importante alle spalle, il carattere squisito di Massimo, ma lui lo sa: la bellezza del posto ha fatto per me la differenza.

A proposito di Castiglion del Bosco: la sua fondazione risale al 1100 ed è un luogo che si è conservato, di fatto, intatto nel tempo. Dunque, davvero, parliamo di un patrimonio storico, culturale e ambientale prezioso. Come ci si rapporta con una storia così importante? E come si coniuga il desiderio di fare qualcosa di nuovo (con un’identità propria), con un’eredità così impegnativa?

È necessario prima di tutto un grande senso di responsabilità: qualunque cosa – per quanto meravigliosa – si voglia fare qui, va fatta seguendo una linea che arriva dal passato. Vanno lette in questo senso tutte le nuove strutture ricettive costruite (il resort, il golf club), che sono perfettamente integrate con il contesto. Ogni singolo gesto, qui, è sempre condotto con l’idea di preservare tutta questa bellezza e questa cultura. Per quanto riguarda il mio lavoro, prima di tutto sono stata guidata dall’umiltà: ho fatto un passo indietro e ho passato tanto tempo a osservare quello che avevo attorno. Sono una persona molto energica, qui ho imparato a frenarmi, perché ho letteralmente passato anni a comprendere i vigneti. Castiglion del Bosco viene da una storia lunghissima e molto frammentata, con tanti cambi di proprietà ravvicinati nel tempo, che portavano ogni volta stravolgimenti nella gestione. Anche i vini che ho trovato in cantina non avevano una vera identità, perché non raccontavano il luogo ma questi continui cambi di rotta. La vera fortuna è stata poter lavorare con persone che sono nate nei poderi delle tenuta e che sono davvero la nostra memoria storica. Ecco, ho sentito fin da subito che qui bisognava prima imparare tanto e solo dopo iniziare a fare. E su questo Massimo mi ha dato sempre pieno appoggio, anzi direi che c’è proprio una sintonia nel sentire.

Castiglion del Bosco propone tre differenti interpretazioni del Brunello. Se dovesse indicarci un tratto comune che lega, quale sarebbe?

C’è una fortissima linea comune che è quella dell’identità del vigneto. A partire dal Brunello classico – che abbraccia i numeri più grandi – fino alla selezione del Campo del Drago, c’è stata una scelta, ragionata ma anche appassionata, di forte legame con il vigneto. Questo perché, l’azienda è abbastanza grande – 60 ettari sono tanti a Montalcino, soprattutto se il 90% è iscritto a Brunello – e allora, a mio avviso, se vuoi far capire chi sei devi spostare la tua attenzione dall’azienda nel suo insieme e concentrarla sulle vigne. Lo sforzo che ho cercato di fare è stato quello di parcellizzare al massimo e vivere l’azienda come una somma di piccoli vigneti, ognuno con le sue caratteristiche e dunque con le sue operazioni colturali specifiche e diverse dalle altre. Oggi, se il Gauggiole, così sottile e fragrante, ha una certa risonanza con il 1100, che invece è pieno e ricco, è perché c’è un filo conduttore che risiede nella forte identità. Pur nella loro diversità, questi vini parlano la lingua del loro territorio, che è rimasto integro nel tempo grazie anche al suo isolamento. Ecco, in un certo senso, ho fatto diventare l’isolamento la cifra di questi vini.

C’è poi Zodiaco, un’edizione limitata del Brunello. Ce lo vuole raccontare?

A differenza di tutti gli altri che, come dicevo, sono molto identitari, nel caso di Zodiaco abbiamo seguito il percorso inverso: prima è nata l’idea e poi il vino. Massimo voleva rendere omaggio al cielo stellato – che qui, come può immaginare, in certe sere si vede magnificamente – e così è nata l’idea di usare il filo conduttore dello zodiaco e dell’oroscopo cinese. È una riserva, quindi mantiene un carattere di eccellenza, ma è un vino slegato dai singoli vigneti e dall’annata, perché dovendo seguire lo zodiaco non possiamo non produrlo e, per questo, nasce ogni anno da un vigneto diverso, che viene scelto sulla base della caratteristiche che cerchiamo. È sorta di un esercizio creativo che può nascere solo dalla conoscenza approfondita, che oggi abbiamo, dei singoli vigneti e di quello che possono dare.

Entrambe le tenute operano in biologico, sicuramente nel vostro caso è una scelta favorita dal fatto che tutte e due sono due ecosistemi protetti, isolati. Dal punto di vista delle pratiche in vigna cosa comporta?

Ho iniziato a seguire i vigneti Castiglion del Bosco solo dopo qualche anno, nel 2009, e ho chiesto alla proprietà di passare al biologico perché mi è sembrata la scelta più giusta per un posto così preservato. Ma non ho un approccio ideologico all’argomento perché oggi dire che un vino è biologico è dire troppe cose. È una definizione che abbraccia prodotti diversissimi e anche impostazioni di lavoro iper-diversificate, che dipendono da una serie di fattori – il territorio, la vigna, la mano del produttore – e se non si tiene conto di tutto questo rimane solo un’etichetta che di un vino e che del lavoro che c’è dietro dice molto poco. Operare in biologico è solo un pezzo del percorso, c’è poi tutto il resto che conta altrettanto: la scelta delle persone che lavorano con te, la decisione di lavorare meno i vigneti, di non prepotare, di produrre o meno il proprio compost. Allora per me, definizioni a parte, è tutto questo insieme a raccontare la qualità del lavoro che viene fatto.

Quindi più uno strumento di lavoro che “una visione”.

Sì. Le aziende agricole hanno per me una grandissima responsabilità. Abbiamo fatto molti danni in passato e possiamo farne ancora. Abbiamo il dovere di essere rispettosi verso il prodotto non solo perché, se fatto in un certo modo, è più buono ma anche perché è meglio per l’ambiente, perché in questo modo lo proteggiamo. È chiaro che la chimica non può funzionare. E se ami il tuo lavoro e il luogo in cui lo fai, naturalmente la scelta è quella, senza bisogno di scrivere biologico o biodinamico sulla bottiglia.

Tenuta Prima Pietra, invece, è già “nata” in biologico.

Sì, fin dall’inizio. Le dimensioni più contenute mi hanno consentito di sperimentare e studiare molto. L’esperienza maturata l’ho poi riportata su scala più ampia a Castiglion del Bosco.

A Prima Pietra, rispetto a Castiglion del Bosco siamo al polo opposto: da una parte una storia ultrastratificata, dall’altra una tenuta giovane fondata ex-novo. Come è nata?

Massimo ha scelto Riparbella prima ancora dell’acquisto di Castiglion del Bosco. In una maniera tutto sommato casuale. Nel 2002 stava cercando una piccola azienda dove fare un ottimo vino dalle parti di Bolgheri; la zona, però, all’epoca era già abbastanza satura, soprattutto nella parte collinare, la più adatta al vino d’eccellenza che lui aveva in mente. E così, mentre cercava alternative sempre in collina, si è imbattuto in questo posto bellissimo, dove non c’era davvero nulla ma per posizione ed esposizione era evidente che ci fosse del potenziale.

Avete scelto un’impostazione “internazionale”, è stata una scelta fatta da subito, dunque.

Per quanto sia nata e cresciuta in Maremma e sia molto fedele al territorio, non ho mai pensato di impiantare il Sangiovese a Riparbella, perché il Sangiovese d’espressione che ho in mente io sta un po’ lontano dal mare, è più arretrato. L’idea era quella di lavorare con vitigni internazionali ma che rispetto a Bolgheri si potessero differenziare parecchio, soprattutto grazie al microclima. Una strada già intrapresa da Luca D’Attoma ma che noi piantando così in alto abbiamo estremizzato un po’. Per darle un’idea, siamo vicinissimi a Bolgheri ma iniziamo a vendemmiare circa tre settimane dopo. Gli internazionali sono stati una scelta giusta ma ci siamo molto allontanati dall’idea di fare un vino alla maniera di Bolgheri, perché in quel contesto microclimatico non avrebbe avuto senso. È stata anche una sfida, possibile anche perché a Prima Pietra c’è sicuramente più libertà. Mentre a Castiglion del Bosco ci si muove in punta di piedi per tutti i motivi che dicevamo prima, a Prima Pietra si può seguire maggiormente la propria inclinazione.

Come li descriverebbe questi vini, allora?

L’ambizione è di pensare che ormai, dopo anni di lavoro, rimandino più a un’idea di fragranza e vibrazione di certi vini di Bordeaux che non alla pienezza e al calore che sento nei vini di Bolgheri. Iniziano ad avere un loro carattere che li differenzia dai “vicini” di casa. Oggi mi piace pensarli come due bambini irrequieti, perché, sicuramente c’è un potenziale ancora in parte inespresso. Sono dei vini molto nervosi che con l’affinamento si sedano un po’, ma hanno ancora qualcosa da tirare fuori. Sono proprio dei bambini che devono finire di crescere.

Permassimo è una dedica a Massimo Ferragamo, come è nato?

È nato quasi come un gioco. Io sono fissata, da sempre, con la qualità dei nostri Cabernet. Ogni anno preparavo questi campioni da far assaggiare a Massimo etichettandoli come “per Massimo”. E lui assaggiava ma non era mai troppo convinto e un po’ mi prendeva in giro per la mia predilezione. A un certo punto, un anno, ho preparato tre campioni alla cieca di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Quello che lo ha convinto di più è stato il Cabernet Sauvignon: Permassimo è nato da quell’assaggio. È un blend con una prevalenza di Cabernet Sauvignon e in parti minori Cabernet Franc e Merlot, per ora quanto meno, poi le cose potrebbero cambiare. In parte è ancora un gioco perché è un vino che deve maturare ma è un gioco fatto seriamente perché ormai della qualità dei nostri Cabernet siamo tutti ugualmente convinti.

Anche Tenuta Prima Pietra è un posto un po’ speciale paesaggisticamente

Massimo è un patito del vigneto vista mare e credo che abbia scelto Riparbella proprio per questo. È un contesto molto più raccolto e intimo rispetto alla maestosità di Castiglion del Bosco ma lo stesso con un fascino non comune. Diciamo che sono un’enologa molto fortunata a lavorare circondata da tanta bellezza.

Redazione 15.12.2020

Brindisi alla bellezza

Palato e olfatto già lo conoscono, e apprezzano, ma il nettare degli dei è un toccasana anche per la pelle. Non a caso, curarsi con l’uva è un beauty treatment già presente nelle routine di antichi Arabi e Romani come in quella delle dame del Rinascimento che amavano preparare un impasto a base di mosto da utilizzare come una moderna maschera a effetto rimpolpante immediato. 

Per il mondo della cosmesi, la vite è paragonabile a uno scrigno contente tutti gli ingredienti per creare un elisir di eterna giovinezza. Vitamine, principalmente A e C, e minerali a effetto esfoliante e idratante sono racchiusi negli acini; il potere antiossidante e rigenerante invece, proviene dalle foglie e dai semi. Un calice da alzare e assaporare tutti i giorni per contrastare efficacemente i radicali liberi – responsabili di quei fastidiosi segni di espressione e rughe profonde – ridare luminosità ed elasticità alla pelle, prontamente servito dall’estetista di fiducia – di nome polifenoli, viniferina e tannino. 

Per ricreare una perfetta spa a casa cercando di contrastare il tempo e immergendosi, al contempo, in un’esperienza totalizzante a base di vino non è necessario stipulare un patto mefistofelico alla stregua di Dorian Gray, ma affidarsi a un rituale di bellezza personalizzato. Figlio d’arte: Active Botanical Serum by VINTNER’s Daughter

Un potente siero ad assorbimento rapido creato da April Gargiulo, figlia di viticoltori, nel 2014. E proprio alle più sofisticate tecniche di vinificazione si ispira il processo di formulazione dell’Active Botanical Serum in cui ogni ingrediente è stato scelto accuratamente per agire in sinergia con gli altri. L’olio di semi d’uva si fonde a scorza di limone, fiori di gelsomino e altri 19 elementi naturali per creare un siero multifunzionale che nutre e riequilibra l’epidermide, minimizza le rughe, ravviva il tono e restituisce alla pelle il suo naturale splendore.

Forgiata dal vento delle Cicladi: Wine Elixir Wrinkle & Firmness Lift Cream by Apivita 

Texture setosa ispirata alla scienza dell’epigenetica per riavvolgere il tempo grazie ai polifenoli provenienti dalle vigne dell’isola di Santorini. Nella sua composizione, l’acqua è sostituita da un infuso antiossidante di tre varietà di vite dell’isola delle Cicladi (Athiri, Aidani e Assyrtiko) che invertono i processi dell’invecchiamento. Inoltre, gli oli essenziali di fiori contenuti al suo interno rinnovano la pelle e risollevano l’umore. Un effetto celestiale. Sguardo D.O.C – Roll-on Occhi Olio di Vinaccioli by VOYAGE ORGANICS 

Disponibile in esclusiva sull’eco-luxury beauty store 23stbeauty.com, è un prodotto mono-ingrediente, un perfetto trattamento anti-age levigante a rapido assorbimento, a base di puro olio di vinaccioli biologico, ricco di vitamina C ed E. Durante l’applicazione, la sfera in acciaio inossidabile lavora per raffreddare la zona degli occhi e stimolare il drenaggio linfatico per ridurre il gonfiore.

Corpo di(-)vino – White Wine Body Cream Hydrating by IRENE FORTE Skincare 

Una crema idratante per rinfrescare e ammorbidire la pelle a base di vino bianco biologico siciliano e arricchita da acido ialuronico, Pantenolo B5 e Germoglio di faggio per condizionare. Mentre Vitamina E, oli di semi d’uva, mandorle dolci e oliva lavorano per sostenere la barriera naturale della pelle proteggendola dallo stress ambientale. Wine not? Lipstick! – Wine Lip Tint by LABIOTTE

Una chicca per vere wine lovers, da tenere in borsetta e sfoggiare o da collezione. Le tinte labbra Labiotte sono a lunga tenuta e realizzate con estratti di vino così da unire il momento del make-up alla fase del trattamento, per un bacio… stappato.

Dalla cantina dei profumi – Merlot by Vineyard Candles 

Lasciarsi avvolgersi dall’inebriante profumo di una bottiglia appena aperta mentre si applica il proprio trattamento di bellezza o si degusta un calice di vino. Basta accendere la candela Merlot di Vineyard, creata utilizzando cera naturale di lusso versata a mano in un contenitore di vetro che richiama forme note. Merlot si arricchisce con l’aggiunta di bacche, erbe e spezie mediterranee assicurando 80 ore di hangover.

– di Eleonora Russillo 31.07.2020

Eleonora Russillo ha un debole per la skincare, il suo bagno è più fornito di una profumeria. Ultimamente però, è riuscita a invadere anche camera e cantina. Per fortuna il suo lavoro nella comunicazione online la tiene lontana per buona parte della giornata dagli e-commerce. Ottima forchetta, lettrice onnivora, viaggiatrice senza molto senso dell’orientamento.

Brindisi e dolci: non i soliti abbinamenti

I brindisi delle festività natalizie sono i più attesi dell’anno, e solitamente quelli su cui si punta di più per bere bene: per celebrare lo scoccare della mezzanotte che segna la “nascita miracolosa” o il passaggio tra un anno e l’altro sono d’obbligo le bollicine – che siano italiane, francesi o altro poco importa. Per accompagnare invece il momento del dolce che segna la (momentanea, nel caso del Capodanno se avete intenzione di portare in tavola anche cotechino e lenticchie) fine della cena della Vigilia o del pranzo festivo, invece, sarà meglio puntare su qualcosa di più adatto esplorando tra le tante sfumature possibili dei vini “dolci” o da dessert.

Vediamo dunque alcuni abbinamenti di sicuro successo – ma non per forza scontati, anzi – con i dolci delle feste più amati o tipici di alcune tradizioni regionali italiane, tra matrimoni tra eccellenze regionali, inediti incontri nord-sud e qualche azzardo d’oltre confine. Partiamo da un abbinamento piuttosto collaudato e decisamente territoriale: il panforte, tradizionale dolce senese dal carattere speziato a base di frutta secca e candita, miele e spezie – riconosciuto anche dalla IGP Panforte di Siena, nella versione bianca (con zucchero a velo) o nera, ricoperta da altre spezie – si sposa alla perfezione con il Vin Santo Occhio di Pernice di Avignonesi, frutto di un lievito tramandato da generazioni e di un lunghissimo invecchiamento che gli donano note di datteri e fichi secchi, agrumi canditi, miele e note pepate e di spezie dolci, mantenendo però una bella freschezza.

Scendendo al Meridione, troviamo il ricco repertorio dei dolci natalizi napoletani che mettono insieme mandorle, spezie e talvolta cioccolato, dai deliziosi roccocò da sgranocchiare mettendo a dura prova le mandibole (sono detti “spaccadenti” per la loro croccantezza estrema) ai mostaccioli, biscotti speziati a forma di rombo ricoperti da cioccolato fondente. Cosa berci accanto? La nostra proposta è di puntare dritto a nord, scegliendo un abbinamento “cross-regionale” con un Gewurztraminer da vendemmia tardiva come il Joseph Hofstatter Rechtenthaler Schlossleiten: vino dolce dalla spiccata freschezza, grazie all’acidità delle uve e alle escursioni termiche, che abbina note di agrumi e di fiori a quelle mentolate e di erbe montane, per un risultato complessivo di grande eleganza e per nulla stucchevole.

Di certo sulle tavole delle feste non può mancare il re del Natale: il panettone. Da quando, almeno una decina d’anni fa, è diventato la nuova frontiera della pasticceria d’autore, conquistando anche il Sud – tanto nei consumi quanto nella produzione – se ne contano ormai infinite varianti, con ingredienti locali o esotici. Restiamo per il momento sul classico, quello della tradizione milanese con uvette e canditi e senza glassatura di mandorle ma profumato quanto si deve: in questo caso, ci solletica parecchio l’idea di andare oltre l’ovvio e abbinarlo a un grande vino dolce fuori dagli schemi. Parliamo dell’8’9’10 di Josko Gravner: ottenuto da uve botritizzate di ribolla di tre differenti – e grandissime – vendemmie, ha un colore ambrato, sentori di frutta disidratata, zafferano e resina e un gusto avvolgente, dalla dolcezza bilanciata da note sapide, che si sposa perfettamente all’opulenza senza ostentazione di un panettone fatto secondo tradizione. Se invece si preferisce “esagerare” scegliendo un panettone farcito, magari al cioccolato – con la crema all’interno ulteriormente ribadita dalla glassatura esterna – allora ci sarà bisogno di qualcosa di più deciso anche nel bicchiere, come il Recioto della Valpolicella Classico A Roberto di Quintarelli, da uve Corvina e Corvinone, Rondinella, Cabernet Sauvignon, Nebbiolo, Croatina e Sangiovese, fatte appassire dopo la vendemmia per 120 giorni. Maturato per alcuni anni in piccole botti di rovere di Slavonia, è un vino caldo e vellutato, dal colore granato intenso, con ricordi di marasca, ciliegia e confettura.

Non trascuriamo però “l’altro” grande protagonista del Natale, il pandoro: per molti anni messo in ombra dal panettone – anche per via del fatto che realizzarlo artigianalmente è ben più complesso del panettone, ma se ne trovano di strepitosi – ha un profilo solo all’apparenza meno ricco del “cugino” lievitato. Una vera esplosione di aromi di zucchero, burro e vaniglia che può trovare un accompagnamento ideale in una bottiglia che si avvicina al mito: lo Chateau d’Yquem, il principe dei vini dolci – e l’unico bianco a essere riconosciuto Premier Cru Supérieur – prodotto in Sauternes, dalla dolcezza perfettamente bilanciata da acidità e trama, capace di attraversare indenne il passare dei decenni senza che ne venga scalfito il fascino. Per un brindisi che ricorderete negli anni.

– Luciana Squadrilli 09.12.2020

Luciana Squadrilli è giornalista professionista specializzata nell’enogastronomia, collabora con guide e testate italiane e straniere raccontando il lato più buono dell’Italia (e non solo). Editor di Food&Wine Italia e food editor di Lonely Planet Magazine Italia, si occupa con particolare attenzione di pizza e olio, adora lo Champagne ed è autrice di diversi titoli tra cui La Buona Pizza (Giunti) e Pizza e Bolle (Edizioni Estemporanee).

Bollicine di Natale: i consigli di Roberto Anesi

È cosa nota che Natale e Capodanno facciano rima con le bollicine, che in questo periodo vengono consumate in maniera più copiosa che nel resto dell’anno. Si dice addirittura che statisticamente l’80% dei “botti” avvenga proprio in questo particolare momento. È altresì noto che Roberto Anesi sia un grande sommelier con una particolare predilezione per le bollicine. Per questo motivo gli abbiamo chiesto alcuni consigli per questo Natale che sarà sicuramente un po’ anomalo ma che proprio per questo necessita di essere festeggiato a dovere, nonostante tutto.

Ecco alla nostra richiesta di suggerimenti da mettere sotto l’albero oppure sulla tavola, cosa ha risposto. Ho pensato di proporvi una selezione di tre bottiglie imperdibili, qualcosa di prezioso da mettere in cantina come regalo speciale o da acquistare per sé e da aprire proprio per una grandissima occasione. Mentre ho selezionato due bottiglie che, invece, si possono godere fin da subito e che rappresentano, sicuramente, una bella sorpresa se stappate durante il periodo delle feste.

Giulio Ferrari, Riserva del Fondatore 2008. Siamo in Trentino, nella patria delle bollicine di montagna e ci troviamo di fronte alla massima espressione della capacità e del sapere che la famiglia Lunelli, da ormai settant’anni al timone dell’azienda Ferrari, può mettere in campo. Un Trentodoc affascinante che racconta l’espressione di un vigneto unico, quello di Maso Pianizza, situato sulle colline sopra Trento e circondato da una rigogliosa vegetazione boschiva. Viticoltura biologica, selezione dei migliori grappoli di Chardonnay, vitigno arrivato in Trentino dalla Francia ben centoventi anni fa grazie proprio a Giulio Ferrari, lungo affinamento sui lieviti di dieci anni per dare origine ad un prodotto che, se conservato nelle vostre cantine in condizioni ideali, saprà esprimersi e meravigliarvi per il prossimi quindici o vent’anni senza nessun problema.

Un’icona perché: per l’esaltazione dello Chardonnay di montagna, proveniente da un singolo vigneto e perché la vendemmia 2008 resterà nella memoria per tanto tempo! Dom Pérignon, Plenitude 2 2002. Ispirazione è la parola chiave, il concetto fondamentale sul quale è si basa la produzione di questa azienda del territorio di Champagne. Dom Pérignon è da sempre un prodotto raro, vinificato solo nelle grandi annate, circa quarantadue volte dal 1921 ad oggi, anno della prima edizione della bottiglia “con lo scudo”. La cuvée è ottenuta da Chardonnay e Pinot Nero. Questo P2, dove Plenitude sta per pienezza, si differenzia dalla tradizionale bottiglia per via della sosta sui lieviti protratta per un periodo molto più lungo, fino addirittura a sedici anni. Un arco di tempo che permette di entrare in quella che la Maison definisce la seconda finestra di espressione, la fase che viene rinominata come quella “dell’energia”, che va a sviluppare delle nuove complessità aromatiche. Pensate che su cento bottiglie di Dom Pérignon prodotte solo cinque diventano P2.

Un’icona perché: per la grande complessità donata dalla lunga sosta sui lieviti che si fonde con una freschezza magistrale.

Uberti, Dequinque. Torniamo in Italia con quello che è un prodotto davvero singolare, proveniente da un altro territorio importante per la produzione della bollicina di casa nostra, la Franciacorta. L’azienda Uberti vanta una lunga tradizione e una storia di oltre quaranta anni, che sottolinea il rigore e la passione che da sempre accompagna l’omonima famiglia proprietaria.

La particolarità di questo Metodo Classico è quella di non essere prodotto da un unico millesimo, o da una singola vendemmia che dir si voglia, ma da più annate diverse. È un concetto forse al quale non siamo così abituati ma che possiamo ricollegare a quella che è la storia della spumantizzazione, che in passato era soprattutto orientata verso l’arte dell’assemblaggio, non solo tra vitigni diversi ma anche tra annate diverse. Ecco che qui lo Chardonnay di ben dieci vendemmie (2002 – 2011) si veste della ricchezza dell’affinamento in legno e si allea con la lunga sosta sui lieviti per sviluppare una sinergia speciale, che si esprime con delle complessità sfaccettate e molto singolari.

Un’icona perché: è un progetto un po’ fuori dagli schemi che punta ad esaltare la complessità aromatica dello Chardonnay a tutto tondo. Queste tre grandi bottiglie possono esprimersi fin d’ora a livelli altissimi ma sapranno regalare emozioni se conservate ancora per qualche tempo. Ma se, come dicevamo prima, voleste scegliere una bottiglia da stappare durante questo periodo di festa, trovarla nella pienezza della sua forma e goderne a pieno con gli amici?

Il mio consiglio (P2 a parte), è di orientarvi sul formato magnum, ideale per la bollicina in termini di piacevolezza della beva data da una fermentazione che, nel doppio del volume, riesce a sviluppare una cremosità del perlage davvero eccellente.

Louis Roederer, Brut Premiere Deluxe Magnum. È per me uno degli champagne di riferimento perché rappresenta forse uno dei prodotti con i quali mi sono avvicinato a questo mondo ormai più di vent’anni fa. Composto dalla classica cuvée del territorio francese, con Chardonnay, Pinot Nero e Meunier, coniuga la freschezza e l’eleganza come pochi altri champagne base, perché alla fine di questo si tratta.

Il brindisi perfetto perché: è un prodotto dall’ampio ventaglio di abbinamenti e dalla piacevolezza garantita! Ferrari, Riserva Lunelli 2009. Concludo, come ho iniziato, con la mia terra (il Trentino), per raccontare un prodotto di Casa Ferrari che si distingue dal resto della gamma in produzione per una caratteristica importante, che è l’utilizzo del legno nella base. Lo Chardonnay, infatti, viene affinato in botti di rovere austriaco e successivamente conservato sui lieviti per tanti anni, sette per la precisione.

Il brindisi perfetto perché: la morbidezza che va a coniugarsi con la freschezza della bollicina di montagna regaleranno un’esperienza davvero elegante al palato e particolarmente eclettica rispetto agli abbinamenti (tipici e non) delle festività.

Redazione 02.12.2020